Marco Beretta. Mezzo secolo di Storia della Scienza al Museo Galileo: Andrea Corsini e Maria Luisa Righini Bonelli
Museo Galileo m.napolitani@museogalileo.it https://orcid.org/0000-0002-3486-2878
Milano, Mimesis, 2025, p. 286, ISBN: 9791222325514
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Il libro di Beretta esce nel 2025, dando un contributo significativo alle iniziative scientifiche promosse per festeggiare il centesimo anniversario dell’Istituto di Storia della Scienza di Firenze, fondato nel 1925. L’opera ricostruisce i primi cinquant’anni del Museo Galileo – Istituto e Museo di Storia della Scienza, attraverso le figure di Andrea Corsini e Maria Luisa Bonelli, sottolineando il nesso tra storia delle istituzioni, cultura materiale della scienza e sviluppo della storiografia scientifica italiana.
Andrea Corsini e Maria Luisa Bonelli furono entrambi outsider: l’uno medico igienista, appassionato cultore della storia della medicina, l’altra letterata e ispanista. Furono anche, come il libro ben mostra, due figure in parte “invisibili”: Corsini venne inizialmente respinto dal mondo accademico, anche in quanto antifascista, mentre Maria Luisa Bonelli dovette misurarsi con i limiti imposti, in quel contesto, alla presenza femminile nelle istituzioni scientifiche. Ma il loro più importante trait d’union è la visione che avevano della storia della scienza: ampia, aperta oltre i confini strettamente disciplinari, e soprattutto che includeva le fonti materiali, assegnando loro un posto fondamentale negli studi storici. La riuscita della loro impresa si materializza, per l’appunto, nella creazione di una delle più importanti istituzioni, insieme di ricerca e museale, dedicata agli strumenti scientifici. Tanto che, già nel 1932, Amedeo Maiuri, consigliere per le antichità e le belle, arti affermava che «bisogna guardare ai superuomini di Firenze» per la tutela, la valorizzazione e lo studio del patrimonio scientifico in Italia. Alle ‘superdonne’, verrebbe da aggiungere: il volume consente infatti di cogliere con chiarezza il ruolo scientifico e istituzionale di Maria Luisa Bonelli.
Il libro offre una ricostruzione dettagliata e ampia della storia dell’Istituto. Nasce, sì, da una riflessione maturata dall’autore a partire dal riallestimento e dalla ridenominazione dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza in Museo Galileo (2008–2010), ma non si limita né a celebrare un anniversario né a ripercorrere una storia istituzionale. Al contrario, si presenta come un’indagine storica meticolosa, basata su un’estesa ricognizione archivistica dei fondi dell’Istituto, e orientata a comprendere come si sia formata, a Firenze, una tradizione di storia della scienza che è certamente radicata in un contesto locale – quello delle collezioni medicee – ma che si proietta su un orizzonte internazionale ben più ampio, fortemente voluto da Corsini, specialmente durante glia anni del fascismo, e assiduamente coltivato, con grande successo, da Bonelli.
Nel primo capitolo l’autore mostra come la storia della musealizzazione scientifica fiorentina non nasca dal nulla nel Novecento, ma affondi le proprie radici in una lunga serie di iniziative, spesso discontinue, sviluppatesi tra XVIII e XIX secolo: da Targioni Tozzetti a Felice Fontana, da Antinori a Matteucci. In queste pagine si coglie molto bene uno dei fili conduttori del libro: il rapporto tra celebrazione della tradizione scientifica toscana, valorizzazione degli strumenti e costruzione di forme di memoria scientifica dotate anche di significato civico e politico. Emblematico, in questo senso, è il caso della tribuna di Galileo alla Specola, che emerge come uno dei primi esempi europei di combinazione tra esposizione ragionata di strumenti, ricerca storico-filologica e costruzione di una narrazione nazionale della scienza.
Nei capitoli successivi, il libro si concentra sulla figura di Andrea Corsini: sulla sua formazione nel panorama storico-scientifico dell’epoca, dai dibattitti sul patrimonio al ruolo dei periodici (in particolare la Rivista di storia critica delle scienze mediche e naturali) fino alla fondazione dell’Istituto e Museo di storia della scienza. Beretta ne restituisce un profilo tutt’altro che lineare o schematico: appare invece chiaro come non si possano ridurre le attività e gli interessi di Corsini alla sola storia della medicina e come, anzi, proprio nel tentativo di superare le barriere disciplinari, egli anticipi alcuni tratti di una concezione più ampia e moderna della storia della scienza.
Una particolare attenzione è data anche al suo lavoro per le esposizioni nazionali e internazionali, che furono insieme lenti di ingrandimento e vetrine del patrimonio materiale tecnico-scientifico, e che giocarono un ruolo fondamentale per la sua tutela e valorizzazione. L’Esposizione nazionale di storia della scienza in Italia, nel 1929, si presenta infatti come un momento chiave per la creazione del Museo, nonché per la redazione di un suo primo catalogo e per una più ampia presa di coscienza storico-patrimoniale pubblica, fortemente auspicata da Corsini.
Dopo le vicende degli anni Trenta e Quaranta, la narrazione si concentra sulla ‘ricostruzione’ e ‘nuova rinascita’ del Museo portata avanti da Bonelli a partire dalla fine degli anni Quaranta: un processo che conosce due momenti salienti, l’alluvione di Firenze nel 1966 – un trauma che diventa occasione di ridefinizione e creazione – e la fondazione degli Annali dell’Istituto e Museo di storia della scienza (1976), ambizioso progetto di respiro internazionale portato a compimento dalla studiosa.
Dal punto di vista del periodo preso in esame, il libro si colloca consapevolmente su una soglia: quella che separa la fase pioneristica, di formazione delle collezioni e delle linee di ricerca – in una parola, di costruzione dell’istituzione – dalla fase di piena istituzionalizzazione disciplinare, portata avanti dalla direzione di Paolo Galluzzi.
Uno dei meriti del volume consiste proprio nel mostrare che la storia del Museo e dell’Istituto non può essere ridotta a una vicenda locale. L’autore la inserisce in una trama molto più ampia, che comprende la formazione della comunità italiana degli storici della scienza, i rapporti tra patrimonio storico-scientifico e costruzione dell’identità nazionale, le tensioni tra cultura scientifica, istituzioni politiche e culturali, nonché le trasformazioni della disciplina tra fascismo, dopoguerra e seconda metà del Novecento.
Dal punto di vista metodologico, il libro assume apertamente il proprio carattere documentario. L’avvertenza insiste sulla sistematica ricognizione compiuta nell’archivio del Museo Galileo e sulla scelta di offrire al lettore ampie trascrizioni, specialmente per quanto riguarda materiali ancora non del tutto ordinati, come il fondo Bonelli. Questo metodo, oltre a fornire una solida base al volume, ne accresce l’utilità come strumento di lavoro futuro. Al di là di Corsini e Bonelli, infatti, il libro illumina una fitta rete di personaggi il cui ruolo meriterebbe ulteriori approfondimenti.
In questa prospettiva, il volume si distingue anche per un altro aspetto: Beretta osserva che, nel panorama italiano recente della storia della scienza, le ricerche dedicate alla storia materiale, alle collezioni e agli strumenti hanno conosciuto uno sviluppo notevole. Il libro non si limita a registrare questa tendenza, ma sembra suggerire che il Museo fiorentino abbia in qualche modo anticipato e preparato alcune delle direzioni più feconde della storiografia contemporanea.
Infine, un’idea forte attraversa tutta la narrazione: la tutela della cultura materiale della scienza non può prescindere da una profonda conoscenza storica e da solide ricerche scientifiche. Questa tesi risulta oggi particolarmente significativa, nel contesto di una crisi culturale a cui non sfuggono le istituzioni museali, troppo spesso risucchiate dalla logica dell’evento e del consumo turistico. Anche in questo senso, il libro non si limita a raccontare il passato né soltanto ad aprire prospettive di ricerca: parla alle incertezze del presente, restituendo la storia di un’istituzione che fu sì punteggiata di innumerevoli difficoltà, ma anche di successi, e capace di lasciare, in ultima analisi, un’eredità ancora feconda.