Andrea Corsini igienista
c.pogliano@museogalileo.it https://orcid.org/0000-0003-3368-8588
Received 02/05/2026 | Accepted 21/05/2026 | Published 22/06/2026
Abstract
Questo articolo esamina formazione e attività di Andrea Corsini (1875-1961), in rapporto allo sviluppo dell’igiene pubblica tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Dopo l’Unità d’Italia, l’igiene tese ad affermarsi come disciplina autonoma, per rispondere alle sfide di industrializzazione e urbanizzazione. Agli inizi, lo sperimentalismo ispirò a Corsini ricerche microbiologiche su acque, alimenti e disinfezione, secondo l’insegnamento ricevuto da Giorgio Roster. Funzionario dell’Ufficio d’igiene di Firenze dal 1907, si occupò di vigilanza sanitaria, lotta alle frodi alimentari e prevenzione delle malattie infettive, attento alle conseguenze mediche e sociali del progresso tecnologico. Affrontò inoltre problemi di grande rilevanza come pellagra, alcolismo ed epidemie. Durante il periodo fascista e fino al secondo dopoguerra, Corsini mantenne ruoli direttivi nell’amministrazione sanitaria fiorentina, adattandosi al mutare del quadro politico. La sua lunga attività di igienista, conclusa nel 1951, fu segnata da un costante impegno nel coniugare ricerca scientifica, intervento pubblico e passione storiografica.
English abstract
This article examines the formation and professional activity of Andrea Corsini (1875-1961) within the context of the development of public health from the late 19th to the mid-20th century. In Italy, hygiene emerged as an autonomous discipline in response to the challenges of industrialization and urbanization. His early experimental orientation encouraged microbiological research on water, food, and disinfection, in line with Giorgio Roster’s teachings. From 1907, as a public health officer in Florence, Corsini worked in sanitary surveillance, food fraud control, and the prevention of infectious diseases, paying attention to the medical and social consequences of technological progress. He also addressed major issues such as pellagra, alcoholism, and epidemics. During the Fascist period and into the postwar period, he held managerial roles in the Florentine health administration, adapting to changing political contexts. His career, ending in 1951, was characterized by a sustained effort to integrate scientific research, public health practice, and historiographical passion.
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Richiesto di un parere dal ministro della pubblica istruzione Emilio Broglio, nel 1868 Alfonso Corradi – cattedra di patologia generale a Pavia – individuò una serie di gravi ostacoli al progresso dell’igiene pubblica. Chiamò in causa il retaggio dei «meschini governi» preunitari, deboli e paurosi, il predominio di ubbie religiose, la scarsa reputazione goduta dal naturalismo, l’incultura delle moltitudini, le ristrettezze dell’erario. Una somma di circostanze negative che nella penisola avrebbe inibito il formarsi di quella scienza giovane, ma ormai vastissima. Se nel corso dell’Ottocento, soprattutto in Francia e in Gran Bretagna, l’igiene si era imposta come disciplina tendenzialmente autonoma, all’ultimo quarto di secolo risale l’istituzione, in Italia, di alcuni insegnamenti universitari con quella denominazione. Uno dei primi fu tenuto a Torino da Luigi Pagliani – già allievo e assistente di Jacob Moleschott – che avrebbe voluto sottrarre l’igiene alla tutela delle altre parti dello scibile medico, per effetto di un’ormai conquistata solidità di metodi e fini. In una «prelezione» del 1876 la concepiva come crocevia fra i codici fisico-chimici, l’analisi degli spazi, le scienze della vita e della società. Non avrebbe più potuto prescinderne la formazione dei medici [Pagliani, 1876]. Di lì a poco nacque un nuovo mensile, organo della Società italiana d’igiene, appena fondata, il cui programma Corradi presidente chiariva in un discorso del 29 dicembre 1878 enfatizzando l’esigenza di quel passo non «per far riscontro a ciò che si fa altrove, bensì per soddisfare ai bisogni che trae con sé lo svolgimento delle industrie e del lavoro». E a chi temeva un’igiene troppo invadente replicò che lo sarebbe stata qualora ogni cittadino, nel vivere quotidiano, ne avesse per conto suo rispettato scrupolosamente i dettami: una condizione del tutto irreale al momento [Corradi, 1879]. Il primo fascicolo del periodico invitava anche a serrare i ranghi, con un appello di 44 firmatari:
Un quadro dell’ampiezza conquistata dall’igiene come territorio medico-antropologico nella seconda metà dell’Ottocento fino ai primi decenni del Novecento può desumersi dall’entità di ricerche storiografiche che ne hanno narrato le vicende. Un’età aurea, per così dire, cui ci si può accostare solo per settori, aree geografico-culturali, momenti circoscritti. I paesi occidentali e le loro propaggini coloniali assisterono a una sorta di multiforme ‘cospirazione’ internazionale diretta a rendere più sana l’esistenza di intere popolazioni coinvolte da epocali processi economici e tecnologici. A fine secolo uno di quegli igienisti fra i più attivi e celebri non solo in Italia, Angelo Celli, disegnò un «albero dell’Igiene» – radici infisse nell’humus delle scienze ‘positive’ e un tronco ramificato in plurime sub-discipline – che puntava in alto verso l’igiene sociale, «meta suprema e sospirato destino dell’umanità» [Celli, 1899]. Né si può dimenticare, in proposito, la smisurata operazione divulgativa compiuta per decenni da Paolo Mantegazza con libri, opuscoli e almanacchi rivolti a differenti fasce di lettori dell’Italia postunitaria: «tutta una scienza sociale – la definì nella prefazione a un suo ponderoso volume – che, appena nata, aspetta luce e forza dalla fisiologia, e stende la mano all’economia politica e alla legislazione» [Mantegazza, 1864, p. 8]. In estrema sintesi, questo è lo sfondo su cui s’innestò la formazione di Andrea Corsini medico igienista, sedotto piuttosto precocemente da interessi che vorrà definire d’«igiene retrospettiva», in definitiva da quella storia della scienza cui riservò una parte consistente della propria operosità.
Esordi
Il 24 giugno 1962 Luigi Belloni commemorò Corsini – scomparso l’anno prima – offrendo utili informazioni sull’intero percorso di una vita straordinariamente alacre. In particolare disse di avere ricavato un «vero godimento» dalla lettura dell’intera sua produzione igienica. Di fronte a pagine di chiarezza «rediana», anzitutto, ma anche per la possibilità di rivivere la «grande epoca dell’igiene», quando l’umanità non era ancora diventata indifferente agli aspetti lesivi del progresso tecnico [Belloni, 1989, p. 179-180]. Alla valutazione qualitativa, conviene aggiungere che quella specifica produzione è corposa e concentrata nel primo quarto di secolo, dalla giovinezza fino alla piena maturità. Una lunga fase che vide Corsini, in parallelo, lavorare già su tavoli diversi, avviandosi verso l’ambizioso progetto di costruzione disciplinare della storia della scienza – dirigere una rivista, organizzare l’Esposizione nazionale a Firenze nel 1929, fondare un istituto e un museo ecc. – che richiese costante applicazione [Beretta, 2025] [Barreca, 2022]. Si potrebbe azzardare che l’impegno storiografico sia nato quasi per ‘gemmazione’ – si vedrà come – dal suo mestiere di igienista, proseguito fino al pensionamento dal ruolo di medico capo del Comune di Firenze, nel 1951.
Pochi giorni dopo essersi laureato in medicina nel luglio 1899, un biglietto di Pietro Grocco, professore di Clinica medica a Firenze e Direttore sanitario delle Regie terme di Montecatini, lo invitò a iscriversi all’Ordine dei medici («Uniamoci: saremo forti»). Com’era accaduto a Grocco in passato, anche Corsini attraversò il rito d’iniziazione che lo condusse a visitare istituzioni straniere e a trascorrere un semestre di perfezionamento a Vienna, allora centro di formazione medica per eccellenza, seguendo le lezioni del clinico Hermann Nothnagel. E proprio da Vienna indirizzò un resoconto su realtà culturali associative straniere a Giovanni Bellincioni, segretario dell’associazione Pro-Cultura che un gruppo di giovani aveva recentemente fondato, mossi dalla volontà di ovviare al deplorevole, diffuso stato d’ignoranza dei fiorentini di ogni ceto.
La lettera di Corsini comparve sulla Nazione: sebbene da lontano, plaudiva al rapido incremento di cui il sodalizio, che aveva concorso a far nascere, era stato capace in dieci mesi appena, conquistando l’appoggio di tante autorevoli persone e la benevolenza di un numeroso pubblico. «Ciò che ora noi vogliamo prosperi nella nostra Firenze» si era già realizzato nella capitale dell’Impero austro-ungarico con dimensioni sorprendenti. Qui, il Verein Skioptikon – nome legato a una sorta di lanterna magica – promuoveva l’uso di proiezioni come mezzo d’insegnamento e divulgazione, legato al gigante Urania Syndacat, copia di quello berlinese: numero imponente di soci, grandioso edificio appositamente costruito, piccolo museo scientifico e sala di esperimenti, un ricco bilancio che aveva consentito l’assunzione di personale. Le conferenze erano accompagnate da fotografie e film, per tener vivo l’ascolto degli uditori e imprimere nella loro mente i punti essenziali dell’esposizione [Stifter, 2011]. Di quell’attitudine a istruire il popolo, Corsini vide un risultato esemplare negli ambulatori del Policlinico viennese, dove accorreva ogni giorno una folla di persone, specialmente operai che, immuni dai pregiudizi così frequenti nel «volgo» in fatto di medicina, conoscevano e praticavano le principali regole dell’igiene, un terreno già pronto a far fruttare consigli e cure impartiti dal medico. Gli stava a cuore l’«elevazione intellettuale e morale della nostra Città», perseguita dalla Pro-Cultura, che aveva sede in Palazzo Bardi e il cui modello auspicava si diffondesse in altre città italiane [Corsini, 1900].
Qualche anno dopo Corsini prese spunto dalla memoria dei suoi soggiorni in terra germanica per raccontare la vita quotidiana, consuetudini e riti degli studenti locali con dovizia di dettagli pittoreschi, qualcosa di così singolare da rimanergli fortemente impresso. Soprattutto nelle piccole città universitarie dominava il goliardico gaudeamus igitur. Tutto si svolgeva all’interno di antiche corporazioni: malgrado le loro finalità ideali, appartenervi invogliava di fatto a trascurare lo studio per bazzicare il Kneipe e la sala d’armi: dedito quindi lo studente alla birra e al «gioco barbaro» dei duelli, che provocavano ferite anche gravi. Contestiamo il valore di tali usanze – era il suo punto di vista – pur senza disconoscere l’importanza che nel secolo da poco concluso avevano avuto per l’unificazione e l’approdo alla grandezza della Germania bismarckiana. In fin dei conti, si sapeva come il popolo tedesco fosse sempre stato amante delle armi [Corsini, 1904a].
Una volta rientrato a Firenze, Corsini si sottopose a un breve apprendistato ospedaliero per poi servire un biennio (1900-1902) come assistente volontario all’Istituto di materia medica diretto da Giovanni Bufalini. Tuttavia, l’incontro decisivo per la scelta della sua carriera fu quello con Giorgio Roster, che dal 1878 insegnava igiene all’Istituto di studi superiori di Firenze. Al quale, appena ventisettenne, era toccata la rara fortuna di poter visitare, su mandato ministeriale, numerose università, principalmente tedesche – ma anche Vienna e Zurigo – ai cui laboratori scientifici si attribuiva il merito di un primato scientifico in molte discipline e infine del decollo economico-industriale della Germania neo-imperiale. La massiccia relazione che Roster aveva compilato al suo ritorno attesta una forte esortazione a quello sperimentalismo di cui l’Italia, in cerca di un modello, ebbe bisogno all’indomani dell’Unità per dar vita a una comunità scientifica nazionale [Roster, 1872]. Da quell’esperienza giovanile discese la sua innovativa linea di ricerca su polveri atmosferiche, aria, suolo, acque potabili, smaltimento dei liquami e sulla climatologia [Casati, Sensi, 2018]. Analoghi argomenti avrebbero più avanti connotato anche l’operare di Corsini, assistente alla cattedra d’igiene nel 1902, poi presso l’Istituto d’Igiene (Fig. 1, 2).
Sotto l’egida di quest’ultimo uscirono i suoi primi contributi, non ancora trentenne. Corsini mise sotto accusa, per esempio, la negligenza con cui in Toscana si preparavano e custodivano gli aceti, sulla base dell’analisi di 60 campioni estratti dagli orcioli di vinai, droghieri, fornai e salumieri. Era in gran parte un miscuglio di vino più o meno acidificato, messo in commercio per lo più senza averlo filtrato. La sua inchiesta constatò inoltre la presenza di adulterazioni e sofisticazioni, sapori e odori talora nauseanti per «putrescenza». Per il bene del pubblico, occorreva costringere i venditori di aceto a una maggiore onestà mediante più rigore e vigilanza [Corsini, 1904b]. Ne avrebbe scritto ancora nel 1906, cercando un colorante atto a rilevare l’esistenza di acidi minerali liberi e trovandolo nel metilvioletto e, ancor più, nella tropeolina OO [Corsini, 1906a]. S’intravede già l’inflessibilità con cui Corsini avrebbe successivamente svolto il suo ruolo di ufficiale sanitario addetto alla sorveglianza annonaria.
Secondo Roster «Aria pura, suolo puro, acqua pura» erano i tre cardini su cui poggiava la moderna igiene [Roster, 1889, p. 422-423]. È comprensibile che le tecniche della disinfezione attraessero Corsini fin dall’inizio. Con Guglielmo Foà – amico e collega presso l’Istituto d’igiene – nel 1904 gli capitò di sperimentare il tachiolo come disinfettante dell’acqua potabile [Foà, Corsini, 1904]. Su raccomandazione di Grocco, fu investito dalla nuova Società proprietaria delle Terme di Porretta di uno studio batteriologico delle acque medicamentose e della direzione di un laboratorio annesso. Di fama secolare godeva il sito emiliano nel quale sfociavano diverse sorgenti dissimili fra loro. Ripetute le prove di altri autori, vi individuò la presenza di Beggiatoa alba, un microrganismo filamentoso e mobile che formava lunghi ciuffi ondeggianti sull’acqua solforosa, dissolti dall’acido acetico. L’articolo che ne ricavò conteneva cinque microfotografie scattate da Roster e fu anche tradotto in tedesco [Corsini, 1905a] [Corsini, 1905b] (Fig. 3). Di una sostanza molle, gelatinosa, bianca o bianco-giallognola tendente al rossastro, «volgarmente» detta albumina, prodotta dalle medesime acque e impiegata per la terapia di tumori, ingorghi linfatici e malattie cutanee, ritenne responsabile un altro microrganismo, da lui chiamato pseudomonas porrettana, su cui gli parve necessario investigare meglio [Corsini, 1905c].
All’Ufficio d’igiene
In seguito a concorso per titolo ed esame bandito il 14 settembre 1906 su quattro posti di medico aggiunto all’Ufficio d’igiene di Firenze, il trentunenne Corsini fu classificato con 48/50 dalla Commissione giudicatrice che formulò il seguente giudizio: «Possiede una buona preparazione, frutto di lunga, assidua, coscienziosa pratica di laboratorio. Ha dimostrato, nella sua attività scientifica, serietà d’indirizzo e di propositi e può degnamente occupare uno dei posti messi a concorso.» La nomina del Consiglio Comunale è datata 8 marzo 1907, mentre il 26 agosto 1908 la Giunta lo elesse ‘capo’ della IV Sezione, deputata alla vigilanza sui cibi e sulle bevande, pur conservandogli il posto di assistente al Laboratorio batteriologico fino all’assunzione di nuovi addetti.
D’allora in poi è notevole la varietà di questioni da lui affrontate grazie al ruolo ricoperto. Continuarono a interessarlo le modalità della disinfezione: la realizzavano, per esempio, alcuni acidi organici della serie grassa, già studiati da altri autori, ma senza uniformità di metodo e chiarezza di esiti. Corsini tentò di determinare il valore comparativo di sette tipi di acido di fronte ad alcuni germi patogeni: b. coli, b. typhi, vibrione del colera. Di quei suoi esperimenti dette conto in una seduta della Società toscana d’igiene presieduta da Grocco, Roster essendo uno dei tre vice-presidenti e Corsini, all’inizio, uno dei 248 soci. Più complesso il lavoro che il Consiglio della Società assegnò a lui e a Foà: mettere al corrente di un problema che stava assumendo sempre maggiore peso con il rapido ampliarsi dei centri abitati, dove era diventato oltremodo arduo il servizio di rimozione e smaltimento delle «materie luride». Illustrati vari sistemi possibili mediante esempi stranieri, i due autori si concentrarono sul caso fiorentino, rispetto al quale andavano soddisfatte minime esigenze: «non contaminare col loro cattivo odore l’ambiente domestico, né essere causa di inquinamento del suolo»; così doveva avvenire pure durante il trasporto e nel sito di destinazione. Fino a che punto i sistemi disponibili corrispondevano a tali esigenze? Molto dipendeva dal luogo e dalla composizione media delle materie da depurare. Di ciascuno, la loro relazione valutò vantaggi e inconvenienti [Foà, Corsini, 1906] [Giuntini, 2006] (Fig. 4).
Durante quel periodo Corsini vide in azione, presso cave di marmo e cantieri di costruzioni meccaniche e navali, nuovi «scalpelli pneumatici» fattori di una grande economia di tempo e lavoro, ma il cui utilizzo aveva provocato scioperi di lavoratori che li ritenevano dannosi alla salute. Data la natura prettamente «igienica» del conflitto gli sembrò opportuno render nota la propria opinione, tanto più che la manodopera implicata aveva richiesto di deferire la vertenza alla perizia di medici, igienisti e tecnici. Lo colpì l’«effetto portentoso» degli arnesi ad aria compressa – descritti in dettaglio – ma anche quello causato sul corpo degli operai: «Volli io pure provare, e constatai come questo scotimento si trasmettesse dal braccio al tronco in modo che sentii come col lungo seguitare non avrebbe potuto fare a meno di riuscirmi molesto» [Corsini, 1907a, p. 440]. Interrogati gli operai, ne ebbe risposte diverse a seconda che lavorassero nelle cave o nei cantieri, comunque i loro muscoli soffrivano in «continuo stato di tetano», e dal tetano al crampo, dal crampo alla paralisi, era una serie di passi fatali. Ci si doveva forse opporre all’uso dello scalpello pneumatico? Lungi dal desiderare qualsiasi forma di regresso nello sviluppo tecnologico e industriale, Corsini affidava agli igienisti il dovere di garantire il benessere delle maestranze: si riducessero le ore di lavoro con turni e riposi più frequenti, si apportassero migliorie tecniche così da render loro accettabile lo strumento e scongiurarne la nocività (Fig. 5-6).
Era intanto continuata la sua presenza nel laboratorio di Roster, che si dovesse collaudare un certo metodo per la ricerca dell’ammoniaca nell’acqua potabile, oppure versare del guaiaco nelle farine al fine di una diagnosi differenziale e nel latte per accertarsi se fosse stato bollito [Corsini, 1905e] [Corsini, 1907b]. Nuovamente protagonista fu, nell’agenda di Corsini, la disinfezione: sperimentò a lungo su come ottenere la formaldeide – un gas dalle numerose proprietà, anche disinfettanti – nella quantità desiderata e nel minor tempo possibile, discutendo i risultati già acquisiti da altri ricercatori. Ne accertò l’efficacia nel contrastare i microrganismi di carbonchio, colera, tifo, difterite, coli, tubercolosi e ne parlò anche alla Società toscana d’igiene, per raccomandare l’uso del metodo semplice e pratico da lui sviluppato, che aveva dato un esito confortante [Corsini, 1908b] [Corsini, 1909a]. E proprio i disinfettanti gassosi furono oggetto del suo primo libro, con prefazione di Roster, il quale rammentò come fossero stati impiegati gas fin dai primi tentativi di liberare ambienti e oggetti da svariati agenti responsabili di malattie infettive. Disgraziatamente, fino allora un metodo davvero efficiente non era stato messo a punto, il che non escludeva che lo si potesse reperire in futuro. Il testo di Corsini – concludeva Roster – avrebbe senz’altro conquistato l’attenzione del pubblico sia per la rilevanza della materia, sia perché completo e metodologicamente «diligentissimo».
Otto pagine d’introduzione al libro delineavano un quadro storico: se era recente il concetto di disinfezione come lo s’intendeva dopo le scoperte di Pasteur, Lister e Koch, si perdevano invece in un lontano passato le pratiche volte a combattere le pestilenze, che gli antichi supponevano generate da aria corrotta, purificabile con fuoco e fumigazioni di varie sostanze. Corsini ne offriva molteplici esempi, dalla Grecia arcaica ai Romani, dalle grandi epidemie medievali e della prima modernità fino alle soglie del presente. Anticipò così il contenuto del libro: «passeremo in rivista quanto è stato fatto ed è stato trovato per ogni gas, ordinando i vari capitoli che a ciascuno di essi si riferisce a seconda delle affinità chimiche che li avvicinano, e cominciando da quelli di origine inorganica per passare agli altri che appartengono alla chimica organica.» [Corsini, 1909c, p. 8]. Ciascuno dei trentadue capitoli vagliava il potere disinfettante di una particolare sostanza gassosa e la pratica utilizzazione che poteva discenderne. Corsini rivendicò che, per vari motivi, un’operazione così completa non si fosse fino allora potuta effettuare. Restava indubbio che la disinfezione per mezzo di liquidi fosse ancora la più sicura, eliminando gli inconvenienti dei gas. Ma siccome in moltissimi casi bisognava pur ricorrervi, un gas richiedeva comunque, per agire, un certo quantum di umidità sotto forma di vapore acqueo; pertanto, sempre con un liquido si aveva a che fare: «Corpora non agunt nisi soluta». Di tutti i gas sperimentati fino allora, il migliore da ogni punto di vista risultava essere la formaldeide, ottenuta adoperando i più recenti sistemi [Corsini, 1909c, p. 240-242]. I disinfettanti gassosi fu il titolo scientifico che principalmente gli valse quell’anno stesso la libera docenza in Igiene e polizia medica, ricevendo però soltanto nel 1924 un incarico per il suo insegnamento presso l’Istituto superiore di magistero a Firenze (Fig. 7). Un’altra abilitazione a libero docente in Storia della medicina sopraggiunse nel 1913, all’Università di Siena. In realtà, fin dall’anno accademico 1909/10, su propria richiesta, Corsini tenne un corso libero di Epidemiologia alla Facoltà fiorentina di Medicina e Chirurgia, dapprima per due ore settimanali. L’insegnamento si ripeté con titolo e programma variabile anno dopo anno fino al 1915/16, approfittando dell’ospitalità da parte dell’Istituto d’igiene diretto da Roster.
Oltre il perimetro del laboratorio, Corsini si era già spinto a esplorare fenomeni di morbilità sociale come la pellagra, «una delle più dolorose e vergognose piaghe d’Italia», settorialmente diffusa al nord e al centro. La zona pellagrosa cominciava là dove finiva quella malarica, che dal canto suo falcidiava sud e isole. Fin dal 1884 si era cercato di porvi riparo, mentre la teoria lombrosiana di un’intossicazione prodotta da microrganismi che avrebbero guastato il mais confliggeva con la visione che poneva l’accento sull’insufficienza alimentare. Analizzate le statistiche, Corsini notò come negli ultimi anni fosse diminuita la mortalità ma non il numero dei colpiti: migliorati dunque i metodi di cura ma non la profilassi. Giudicò insufficiente la quantità di forni ed essiccatoi per il mais destinato ai poveri, quasi esclusivamente colpiti dalla pellagra. Stigmatizzò l’inesistenza di un’adeguata profilassi in Toscana, dove proprietari e agricoltori avrebbero dovuto sostituire la coltivazione del mais con altre che dessero maggior reddito, mentre urgeva un miglioramento economico dei contadini, accompagnato da uno speciale insegnamento impartito da maestri e medici. Oltre che costituire un’opera umanitaria di redenzione sociale, risolvere quell’inveterato problema sarebbe stato vantaggioso per tutti [Corsini, 1907c].
A un'altra «piaga» che affliggeva l’Italia di inizio secolo la Società toscana d’igiene riservò costante premura. Corsini vi fece parte di una commissione chiamata ad appurare l’incidenza e i guasti dell’alcolismo, su cui fornì dati statistici in un’adunanza del 13 dicembre 1907. Ci si doveva purtroppo accontentare di numeri incerti, ma si sapeva del «triste primato» di Lombardia, Veneto e Piemonte. Corsini aveva inviato un questionario agli ufficiali sanitari della Toscana, ricevendone 166 risposte su 282 attese, poche redatte con diligenza – si rammaricò – e molte rivelando la fretta di chi voleva togliersi al più presto una noia. Provincia per provincia, Corsini espose in dettaglio ciò che aveva potuto riscontrare, concludendone che 1) la mortalità per alcolismo era aumentata nel precedente biennio in modo cospicuo; 2) si registrava una «progressione spaventosa» delle forme di psicosi alcolica; 3) la tendenza si accentuava nei centri più popolati; 4) pur non raggiungendo i picchi del nord Italia, tuttavia anche la Toscana si era unita al progressivo avanzare dell’alcolismo in tutta la nazione [Corsini, 1908a].
Nell’ottobre 1908 si tenne a Firenze il I Congresso nazionale dei vigili sanitari, dove Corsini presentò alcune idee circa gli indizi da cercare durante le ispezioni di vigilanza annonaria, frutto della propria pratica di laboratorio dapprima e poi dei servizi municipali adempiuti dopo l’assunzione all’Ufficio d’igiene. Aveva imparato come non fosse affatto agevole smascherare sofisticazioni delle sostanze alimentari e come nelle indagini di carattere chimico l’occhio addestrato dovesse sviluppare uno «spirito di sana critica scientifica» capace di soppesare tutte le varianti di esperimento, dopo prove e riprove non frettolose, eseguite in uno spazio tranquillo. Non era quella però la condizione in cui si trovava il vigile sanitario, costretto a poche e sommarie osservazioni in un ambiente tutt’altro che calmo e alla presenza dell’esercente, non certo felice dell’inaspettato controllo. Qualunque fosse il suo esito, costui ne avrebbe ricavato motivo di insofferenza verso l’istituzione preposta alla previdenza sanitaria. L’occhio e l’odorato del vigile – «buon pratico» e agente coscienzioso – avrebbero dovuto pronunciarsi ancor prima del controllo chimico o fisico [Corsini, 1908c].
La mansione speciale che l’Ufficio d’igiene gli aveva demandato nel 1909 accrebbe lo zelo rivolto alla repressione delle frodi alimentari: delegato a rappresentarlo, Corsini partecipò a un apposito Congresso tenutosi quell’anno a Parigi. Era convinto che gli Uffici d’igiene non avessero armi sufficienti a farvi fronte e lo colpiva la «placida bonomia» con cui il pubblico si lasciava somministrare prodotti di minor costo ma con valore alimentare sempre più scarso. A Firenze, specificamente, la maggior quantità delle frodi veniva compiuta mettendo in commercio sostanze dichiarate, sui recipienti, ‘succedanei’ o ‘surrogati’. Troppe «porcherie» vi si nascondevano, finendo nello stomaco dei buoni fiorentini: bisognava regolarizzare al più presto tale stato di cose. Oltre a ciò, la vigilanza annonaria doveva estendersi anche ai piccoli comuni, sui quali si riversavano spesso i generi scadenti non vendibili in città. Una soluzione prospettata da Corsini consisteva nel favorire la nascita di consorzi fra i comuni lontani dai centri urbani maggiori mentre quelli situati ai loro confini avrebbero potuto attivare convenzioni per servirsi degli Uffici d’igiene là esistenti [Corsini, 1908c] [Corsini, 1910b]. Le due relazioni appena citate furono lette da Corsini durante adunanze della Società toscana d’igiene che, dopo averne discusso, nominò una commissione formata da tre soci per approfondire il problema delle adulterazioni. È significativo che, eletto consigliere della Società nel 1909, Corsini da vice-segretario degli Atti fosse promosso a segretario nel secondo semestre 1910 – ruolo che mantenne negli anni successivi – sostituendo Gustavo Padoa, diventato assessore all’igiene del Comune di Firenze.
Nella precedente giunta, detta Sangiorgi-Chiarugi dal nome dei due sindaci susseguitisi fra il 1907 e il 1910, l’assessore era stato Guido Banti – già professore di Corsini – che fu reclutato in Giunta al fine di migliorare le condizioni sanitarie della città. Nel 1908 Banti definì deplorevole lo stato materiale e morale dell’Ufficio d’igiene, confinato in «tre o quattro stanzucce» a Palazzo Vecchio, cui faceva difetto perfino la cubatura minima per garantire la quantità di aria fisiologicamente necessaria alla respirazione. Il laboratorio batteriologico era relegato troppo lontano dal centro, in alcune soffitte ai macelli, mancanti di gas e con una pressione dell’acqua così debole da rendere talora impossibile la sterilizzazione degli strumenti. Lo stabilimento delle disinfezioni stava in un luogo disadatto, vicino a case coloniche e a una strada frequentatissima: insufficiente per la qualità dei locali, sprovvisto di oggetti indispensabili, privo di disposizioni atte a renderne efficace la funzione. Per non dire del personale ridotto – un direttore e tre medici – il cui stipendio era inferiore a quello dei funzionari di pari grado in altri uffici. Il servizio dei medici condotti, che dipendeva dall’Ufficio, si trovava in uno stato di totale disorganizzazione. L’elenco delle gravi deficienze svelate da Banti sfociò in un programma di riforme sottoposto all’approvazione del Consiglio comunale; vi era sotteso il duplice imperativo di difendere la salute dei cittadini contro le cause di malattia e di proteggerla contro i fattori di deperimento organico derivanti dall’ambiente sociale. Definiti i compiti delle sei sezioni, la vigilanza annonaria – affidata a Corsini – rivelò di essere sempre più indispensabile a misura che le falsificazioni dei generi alimentari si erano rese più comuni e difficili da scoprire: «Desta quasi un senso di spavento il pensiero della quantità dei cibi e delle bevande alterate e non di rado nocive, che vengono consumate nelle città» [Banti, 1908, p. 3-4 e 12]. Il tentativo di realizzare quel progetto vide Corsini in prima linea: una lettera di Roster avrebbe elogiato nel febbraio 1911 «l’improbo lavoro di riordinamento e di compilazione del nuovo regolamento di igiene» che a lui soprattutto si doveva. E nel maggio la Giunta comunale riconobbe – a firma di Padoa, nuovo assessore all’igiene che aveva presieduto la Commissione nominata per elaborarlo – una speciale gratificazione economica per «l’alta competenza e il grande zelo col quale Ella, con suo personale sacrificio, ha disimpegnato il difficile e delicato compito di Segretario».
Fra il 1910 e il 1911 l’Italia fu colpita da un’epidemia di colera, iniziata nelle regioni meridionali ma salita lungo la penisola fino a toccare la Toscana, attraverso Livorno, dove da luglio ad agosto 1911 si verificarono 375 casi con mortalità elevata. Il 20 ottobre l’assessore Padoa riferì in Consiglio comunale sui provvedimenti adottati per la difesa di Firenze [Padoa, 1911], mentre qualche settimana prima aveva già proposto un «voto di lode» e una gratificazione per i componenti dell’Ufficio d’igiene – Corsini incluso – che si erano prodigati con zelo, abnegazione e sagacia, salvando la città dalla sciagura del colera e risparmiandole un danno incalcolabile. Da notare che proprio al 1911 data uno dei suoi primi contributi di carattere storico, che fece conoscere un documento redatto da Cosimo Dei, cancelliere del Magistrato di sanità di Firenze, vissuto tra XVII e XVIII secolo. L’aveva scoperto all’Archivio di stato, luogo che lo vedrà sempre più assiduo frequentatore, «eseguendo varie e metodiche ricerche in materia d’igiene retrospettiva». In quel testo si trovava il succo di tutto quanto ai primi del '700 la profilassi della peste aveva ideato, una sorta di vademecum dell’ufficiale sanitario: dall’ordinamento cittadino ai consigli per la popolazione mentre infieriva il contagio, dalla disinfezione degli ambienti all’interramento dei cadaveri. Il suo studio non era affatto vano – spiegò Corsini – rivelando come ben pochi fatti fossero sfuggiti all’acume degli antenati, nonostante le indubbie differenze esistenti fra la loro esperienza e mentalità e quelle presenti. Un altro documento da lui scovato in Archivio fu una «provvisione» della Signoria datata 28 novembre 1465, su certe pillole lassative la cui ricetta era attribuita a un tal Maestro Antonio da la Scarperia, vissuto nella seconda metà del XIV secolo. Comparve sul secondo fascicolo di un nuovo periodico, espressione della Società italiana di storia critica delle scienze mediche e naturali, presieduta da Domenico Barduzzi, al cui costituirsi nel 1907 aveva preso parte anche Corsini [Corsini, 1911a] [Corsini, 1911b]. Era ormai notoria quella sua recente passione, tanto che nel luglio 1911 fu invitato a coadiuvare una «mostra retrospettiva» per l’Esposizione internazionale d’igiene sociale in allestimento a Roma nel cinquantenario dell’Unità, ricevendone anche due medaglie.
Così si accentuò il ritmo della sua produzione storiografica, inizialmente legata al mestiere di igienista, come evidenziano sia un breve articolo del 1910 intorno alla visione che un medico antico aveva avuto della peste, sia due comunicazioni del 1912 alla Società toscana d’igiene sui primi innesti pubblici del vaiolo e sulla legislazione sanitaria durante la Repubblica Fiorentina. Banco di collaudo per quelle iniziali prove da storico fu dunque la platea dei suoi consoci, che a giudicare da quanto riportato negli Atti sembrarono apprezzare che uno di loro vi si dedicasse [Corsini, 1912a] [Corsini, 1912b]. Intanto, al I Congresso Nazionale della Società italiana di storia critica convocato a Roma nell’ottobre 1912, Corsini enfatizzò l’importanza della storia della scienza e della medicina e suggerì metodi per divulgarla, quasi un manifesto del percorso da avviare. Il presupposto stava nell’eccessiva specializzazione del sapere medico: «Tutto si analizza, si frantuma, si sminuzza; ma l’opera di sintesi, di risalire cioè dall’osservazione minuta ad un più vasto concetto naturalistico, filosofico, chi la compie?». Lo studente di medicina era costretto ad accettare tutto quanto gli fosse impartito come un complesso di verità indiscutibili, che avrebbe trasferito nell’esercizio della professione, privo di qualunque spirito critico. Un esempio a lui familiare: il batteriologo «ha chiuso il suo campo in quella ventina di microrganismi patogeni ed ivi annaspa, rimugina, gingilla: ma di lì non esce!», dimenticando la loro attinenza a un’infinita serie di analoghe forme viventi. Una cultura così ristretta ostacolava l’apertura a nuovi orizzonti necessariamente naturalistici. Biasimate le miserevoli condizioni della storia della scienza in Italia –a confronto con molti altri paesi dove esistevano cattedre e apposite riviste – Corsini parve aver trovato un nuovo dovere da assolvere, accanto a quello di igienista sul campo: promuovere cioè un «risorgimento spirituale», facendo nascere il desiderio di ricostruire e apprezzare il passato delle scienze. Quest’ultimo era stato «radiante di gloria» in Italia, perciò la missione si faceva anche patriottica, in epoca di nazionalismo crescente [Corsini, 1913c, p. 3-5, 11].
A fine marzo 1913 l’assessore Padoa assegnò a Corsini l’incombenza di studiare il funzionamento delle lavanderie municipali a vapore e dei pubblici lavatoi in alcune città (Torino, Milano, Venezia, Padova, Roma). E il 2 ottobre la Giunta comunale deliberò di tributargli nuovamente un «voto di lode», con gratificazione, per l’opera «attiva, pronta e intelligente» da lui prestata cooperando a isolare un caso di vaiolo ed evitando così che il contagio si diffondesse. Un’analoga contingenza si sarebbe ripresentata nell’inverno 1918, e un medesimo segno di stima gli fu rivolto, «per la lodevole organizzazione di tutto il lavoro di arredamento e funzionamento delle Case contumaciali […] e per il Lazzaretto, superando anche le gravi difficoltà dell’attuale momento».
Quando a novembre 1913 lasciò l’assessorato all’igiene, Padoa scrisse a Corsini parole di riconoscenza per i tre anni «durante i quali lei fu sempre collaboratore e consigliere prezioso», diventato frattanto capo della I Sezione dall’agosto (servizio sanitario, profilassi delle malattie infettive e vigilanza annonaria) nonché sostituto del direttore dell’Ufficio. La vigilanza alimentare seguitò a essere una delle sue occupazioni, come attestato dalla «nota pratica» letta nel 1914 alla Società toscana d’igiene sulle frodi nel commercio degli oli. Doveroso tutelare – sostenne in quell’occasione – sia il negoziante onesto sia l’acquirente, prescrivendo d’indicare la qualità del prodotto con scritte in caratteri ben visibili, sia fuori dai locali di fabbricazione e vendita sia sui recipienti. Per quanto chiare quelle etichette, riuscivano oscure all’analfabeta che pure aveva ottenuto dalla riforma Giolitti del 1912 il diritto di voto, se maschio con almeno 30 anni. In genere gli orci a cui attingere l’olio stavano in un angolo oscuro della bottega, o in una stanza accanto, ma quale cliente controllava davvero che sul recipiente fossero apposte le regolari etichette? Poiché gli industriali s’inventavano ogni mezzo per rendere gli oli di seme sempre più simili a quelli di oliva in colore, odore e sapore, s’imponeva una ridefinizione della legge vigente [Corsini, 1914].
Nel febbraio 1915, eletta una nuova giunta, Padoa fu per la seconda volta assessore, «in un momento così grave, nel quale è lecito prevedere che i servizi destinati al presidio della pubblica salute possano venir posti a difficile prova»: si rivolse allora formalmente a funzionari e impiegati dell’Ufficio d’igiene, sicuro che, «in più difficili e delicate contingenze» non sarebbe venuto meno il loro valido aiuto. Nonostante lo scoppio della guerra, il «soldato» Corsini l’11 maggio 1916 fu prosciolto dal servizio militare, date le sue funzioni di medico igienista. Da una dichiarazione di Padoa del gennaio 1916, rivolta al Sindaco, si apprende come Corsini avesse dovuto lavorare di sera e anche di notte «per presenziare l’arrivo dalla zona di guerra dei profughi e dei feriti, prendendo gli speciali provvedimenti a tutela della pubblica salute»; date le circostanze, tutti i servizi di sorveglianza igienica erano stati intensificati, con aggravio delle sue responsabilità nel coadiuvare il Direttore o nel sostituirlo in caso di assenza. Proponeva pertanto di premiarlo con un compenso aggiuntivo. Intervistato dal «Nuovo Giornale», a febbraio Corsini ridimensionò il pericolo insito in alcuni casi di meningite cerebro-spinale, su cui «da qualche giorno, e in ufficio e per strada, è un continuo domandarmi notizie». Fino a quel momento si erano registrati solo nove casi, che non dovevano preoccupare più di tanto; generalmente la malattia, seppure infettiva, non tendeva a diffondersi e causava un numero limitato di vittime, a tal punto che gli pareva più rischiosa la polmonite. Da più di un secolo si conosceva la meningite, ovunque studiata e ristudiata; la sua minima contagiosità non giustificava misure eccezionali come la chiusura delle scuole invocata da qualche famiglia. Bastava applicare con rigore le più elementari norme igieniche per bloccare l’espansione del germe, di per sé poco resistente.
Via via che divennero più abituali le sue incursioni sul terreno storico, inclini non di rado a mettere in luce i rapporti fra scienza e arte, si ridussero gli interventi a stampa di carattere igienico. Durante la guerra, uno di questi ebbe a che fare con vari modelli di «corredini antipediculari» confezionati a sollievo di truppe tormentate da parassiti e insetti, dispositivi intrisi di sostanze repellenti come naftalina e canfora, indossabili sotto la divisa [Corsini, 1917]. Quando sul primo fascicolo dell’«Archivio di storia della scienza» fondato nel 1919 da Aldo Mieli, Corsini si occupò della febbre cosiddetta spagnola che l’anno precedente aveva afflitto gran parte d’Italia, decise d’inserirla in una cornice storica, applicando quell’«igiene retrospettiva» immaginata nel 1911. La forma morbosa era tanto dilagata da indurre la Direzione di sanità del Regno a formare una Commissione sanitaria che visitò i luoghi colpiti e stabilì trattarsi di un’epidemia influenzale; di uguale opinione essendo gli scienziati non solo europei, ma di tutti i paesi del mondo dove il virus aveva infierito, con mortalità elevata. Era in errore chi la credeva una malattia nuova: «Così la storia si ripete!», esclamò Corsini portando esempi passati di un analogo abbaglio e di opinioni corrette. Di fatto, un’influenza benigna che poteva però dare complicanze, polmonite o pleurite, e alla quale non si era trovato ancora alcun rimedio giovevole. Numerosi e sempre molto controversi i metodi di cura fino allora tentati. Il nesso con la scarsa alimentazione bellica e post-bellica avrebbe meritato un più esatto studio storico: valeva la pena riprendere le testimonianze epidemiologiche e cliniche nei vecchi libri e carte per fornire ai medici una nozione più esatta di quel morbo, proteiforme nel corso del tempo [Corsini, 1919].
Così come, d’altronde, aveva già magistralmente fatto, per le epidemie in genere, Alfonso Corradi nei sette volumi dei suoi Annali usciti a partire dal 1865 [Corsini, 1919]. Nel gennaio 1922 e nel marzo 1924 il «Nuovo Giornale» consultò nuovamente Corsini sullo stato di salute a Firenze. Era infatti cresciuto d’inverno l’allarme per sintomi diffusi che avevano fatto temere un ritorno della spagnola. «Con la consueta cortesia» – informò il redattore – l’igienista tenne a tranquillizzare i fiorentini: al momento, i numeri delle statistiche non riportavano alcun segno epidemico, pochissime anche le forme polmonari letali, tutt’al più i soliti casi di raffreddore o forme bronchiali e reumatiche definibili come influenza. A suo parere, erano esorbitanti le voci circolate nel 1924 su 44.000 presunti casi d’influenza denunciati all’Ufficio d’igiene: mentre c’era chi si permetteva il lusso di sprecare tempo in simili statistiche, obiettò Corsini: «Io che sono a questo posto non so nulla di queste cifre fantastiche».
Fascismo, guerra e primo dopoguerra
L’avvento del fascismo non frappose alcuna discontinuità nell’agire di Corsini, che si adeguò al nuovo clima culturale e politico. Del resto la sua estrazione sociale, l’afflato nazionalistico, l’appartenenza al ceto dirigente fiorentino, la fede cattolica e lo stesso matrimonio celebrato nel gennaio 1904 con Maria Tolomei, figlia del conte Francesco e della contessa Luisa Soleri, l’avevano reso un gentiluomo conservatore. Forse tendenzialmente illuminato, ma disposto anche ad accettare senza visibile imbarazzo la metamorfosi dello Stato liberale in regime autoritario. Quasi superfluo ricordare come le imprese della sua piena maturità – l’Esposizione nazionale di storia della scienza nel 1929 e la fondazione del Museo nel 1930 – si fossero realizzate solo grazie a una ben nota capacità diplomatica, a una solida e fruttuosa rete di rapporti con vari centri di potere, tessuta per tempo sul piano locale e nazionale. Così proseguì linearmente anche la carriera all’Ufficio d’igiene, in stretta collaborazione con il sindaco (poi podestà) Antonio Garbasso, il fisico che dal 1923 presiedeva il Gruppo per la tutela del patrimonio storico-scientifico nazionale, principale animatore il suo vice Corsini [Corsini, 1924a].
Alla curiosità storica dell’igienista si debbono due articoli del 1924, comparsi su un mensile d’idrologia. Nel primo Corsini mise in rilievo come il culto delle acque fosse stato praticato dai popoli più antichi: lacustri i villaggi primitivi, le città solitamente fondate sul mare o lungo i fiumi. La Roma classica aveva rivolto un’ammirevole diligenza all’approvvigionamento e alla tutela delle acque e ancor più a quelle medicamentose, ritenendo peccaminoso intaccarne la purezza. Il secondo articolo dette risalto al De Balneis, un trattato in cui il medico Maestro Ugolino aveva riunito, fra il 1417 e il 1420, passi di autori antichi e medievali a illustrare le virtù curative di acque termali, incluse quelle di Montecatini, suo luogo natale [Corsini, 1924b] [Corsini, 1924c].
«Questione del giorno» furono definite da Corsini nel 1926 le dimensioni epidemiche che sembrava aver assunto il fenomeno del cocainismo in quell’Italia ormai totalitaria. Non potevano lasciare indifferente l’igienista che aveva già combattuto l’alcolismo e altre forme d’intossicazione, desideroso di dare «un colpo letale alla piovra che, nonostante i provvedimenti legislativi già emanati in proposito, va tuttora subdolamente afferrando l’inesperta gioventù». Corsini raccomandò un articolo del «British Medical Journal» relativo a una nuova classe di anestetici locali, le borocaine – ottenuti nei laboratori di Cambridge, che avrebbero potuto rimpiazzare la cocaina, così sottraendola all’uso terapeutico e alla circolazione. A una nuova commissione ministeriale che, da poco insediata, stava rivedendo la farmacopea suggerì di proibire del tutto la «perniciosa polverina», ormai un «vero veleno sociale alla moda» [Corsini, 1926a].
Come rappresentante ufficiale del Comune, Corsini prese parte al IV Congresso dell’Associazione italiana per l’igiene, nel giugno 1926 a Torino, dove parlò di igiene stradale, un settore a suo parere fino allora trascurato. In pochi anni si erano completamente trasformati i mezzi di locomozione, mentre le strade rimanevano le stesse. Ben pochi enti cui spettava la loro manutenzione avevano studiato la faccenda, cominciando ad attuare un piano ordinato e razionale di trasformazione. Per lo più, invece, si erano avuti solo rattoppi. Firenze, in crescita demografica costante, avrebbe toccato i 322.000 abitanti al censimento del 1931, dai 206.000 registrati nel 1901. Ormai il traffico congestionava vie di transito dove era sempre più disagevole abitare: d’estate una cortina di nebbia dovuta a polvere che accecava il viandante, d’inverno schizzi di fango fino ai secondi piani. Corsini ricordò come già Bernardino Ramazzini, a fine Seicento, avesse compreso quanti e quali guasti polmonari fossero provocati dall’aspirare polveri. Urgeva dunque restituire limpidezza all’aria, così com’era accaduto all’acqua. Senza contare, d’altra parte, i rumori assordanti dei veicoli, che danneggiavano il delicato organo dell’udito determinando affaticamento cerebrale. Lo scotimento degli edifici era una specie di terremoto permanente che nel tempo avrebbe peggiorato ovunque le condizioni statiche delle abitazioni. I gas tossici e gli infortuni stradali si riflettevano in un esorbitante tasso di mortalità, soprattutto nei paesi di maggiore motorizzazione come l’America del nord. Venivano spontanee a Corsini amare constatazioni «circa la nostra povera opera di igienisti», così spesso frustrata. Avendo anche sperimentato con innesti su cavie, Corsini individuò due pericoli derivanti dalle polveri stradali: predisporre a malattie dell’apparato respiratorio ed essere veicolo di germi tubercolari, specialmente nelle città. Si soffermò poi su pregi e difetti di vari tipi di pavimentazione stradale, sottolineando come a ogni clima e paese corrispondesse una soluzione specifica. In generale, sarebbero state preferibili superfici lisce e possibilmente monolitiche, poco soggetto a logoramento, facilmente spazzabili e lavabili, come quelle realizzate con materiali bituminosi. In ogni caso, l’opera costruttiva dell’ingegnere avrebbe dovuto sempre avvalersi della consulenza igienica [Corsini, 1926b].
Mentre il regime fascista dispiegava la sua politica natalista, Corsini accennò soltanto una volta – che si sappia – a quell’eugenica che da qualche decennio era ovunque oggetto di controversia scientifica e di pianificazione politica. Lo fece a modo suo, rileggendo i Quattro libri della Famiglia che Leon Battista Alberti aveva composto fra il 1433 e il 1440, in origine circolati manoscritti e stampati soltanto quattro secoli dopo. Vi si affermava, fra l’altro, la necessità di dar vita a una numerosa prole, da trasformare in «sani e robusti cittadini», buoni, bravi e colti. Giudicata essenziale una scelta giudiziosa della moglie, Alberti aveva prescritto come si dovesse procreare, consegnando poi i fanciulli «alle più delicate cure delle donne»; decisivo il modo in cui si educava, si provvedeva all’esercizio fisico, a divertimenti e giochi dei figli. Dopo aver citato ampie porzioni dell’opera, Corsini non aveva dubbi che molti principi formulati dall’umanista quattrocentesco conservassero ancora validità, meritevoli di una saggia applicazione [Corsini, 1928]. Sebbene orientato a sfiorare anche problematiche di vasta portata, il funzionario di sanità non distolse però lo sguardo da episodi locali come, per esempio, una piccola epidemia di febbre tifoidea insorta nella frazione di Trespiano a luglio 1929, con qualche caso anche nei comuni confinanti di Sesto Fiorentino e Fiesole, ventuno in tutto. Segnalata dal medico condotto, sulla base di alcuni indizi Corsini poté associare l’episodio morboso al consumo di un certo gelato alla crema e quindi prevenire l’insorgere di ulteriori casi per mezzo di una larga vaccinazione antitifica [Corsini, 1929].
Licenziato il 19 maggio 1928 l’ufficiale sanitario e direttore Gustavo Gasperini, il 1° giugno la Prefettura chiese a Corsini di assumere temporaneamente le sue funzioni, mentre un concorso bandito il 27 novembre 1928 gli valse infine il posto di ufficiale sanitario e medico capo del Comune, che manterrà per oltre vent’anni. In tale veste aumentarono le responsabilità: i documenti attestano la sua presenza in innumerevoli commissioni nominate su specifici temi dal Comune o da altri enti. Ai primi del 1931 Dante De Blasi, presidente dell’Associazione italiana fascista per l’igiene (AIFI), avvertì Corsini che il segretario del PNF aveva ratificato la sua elezione a membro del Direttorio Nazionale e poco dopo si augurava che, in attesa di riformare il regolamento, volesse perseverare nel suo «efficace impulso» al vigore della sezione fiorentina di cui era fiduciario, vice-presidente l’anno successivo. Altre istituzioni create dal regime lo videro coinvolto in quel decennio: l’Opera nazionale dopolavoro (OND) del Comune di Firenze, l’Opera nazionale per la protezione della maternità e dell’infanzia (ONMI), la Federazione italiana fascista per la lotta contro la tubercolosi. Numerose le occasioni in cui i successivi podestà di Firenze gli dettero da ricoprire speciali incarichi, come certificano i documenti d’archivio (Fig. 8). Quanto alla sua presenza regolare nella cultura cittadina, al di là del quotidiano servizio per il Comune, non sorprende che Corsini presentasse una relazione storica sulle Scienze biologiche a un II Convegno Nazionale, convocato fra il 7 e il 9 maggio 1939 a Firenze dal Centro Nazionale di Studi sul Rinascimento (Palazzo Strozzi) presieduto da Giovanni Papini, con il quale ebbe uno scambio relativo all’invito e alla pubblicazione del suo contributo negli Atti [Corsini, 1940].
Quanto alle turbolenze e alle tragedie del periodo bellico e alla transizione verso il dopoguerra, basti dire che le vite dei fiorentini furono scandite dal suono delle sirene, oltre cento nel 1943, più di trecento nel 1944. Tranne che per alcune lettere ricevute, dalle quali traspare l’estremo disagio subito, è carente la documentazione relativa al modo in cui Corsini fece fronte alla congiuntura. Di sicuro pesò il lutto per la scomparsa della moglie Maria, avvenuta per malattia nel febbraio 1944. Il seguente brano di una lettera di Arturo Castiglioni rende una vaga idea di ciò che era accaduto:
I knew exactly the tragic story of Florence […] I can assure you that for me the first person I always thought in Florence was you, and when I read about the destruction of the houses in the Via dei Bardi I was so terribly worried, remembering your beautiful and hospitable home, your wife who was so kind, your daughters. I learn from your letter that your wife is dead, but I only tell you we have not to complain for those who are gone, life today, especially in Italy and for the Italians, is too sad.
In un necrologio di Corsini il medico e storico della medicina Pietro Franceschini richiamò alla memoria la mattina del 14 agosto 1944, tre giorni dopo l’insurrezione che aveva liberato Firenze: nel cortile grande del Buontalenti in Palazzo Vecchio, si assisté alla scena di un continuo andirivieni di popolani, partigiani, personalità della Resistenza; in disparte, una mezza dozzina di medici, fra cui Corsini, avevano atteso l’arrivo di Piero Pieraccini, Commissario del Comitato toscano di liberazione per il riordinamento del servizio sanitario a Firenze, latore di notizie e direttive per assolvere ai «compiti urgentissimi di assistenza» sorti in quelle drammatiche giornate [Franceschini, 1961, p. 378]. Qualche mese dopo, il 26 marzo 1945 la Giunta comunale invitò Corsini a far parte della Commissione urbanistica per la ricostruzione di Firenze, mentre era Presidente della Commissione consultiva sanitaria del Comune. La caduta del fascismo e l’instaurarsi di una nuova democrazia furono da lui vissuti senza intoppi e turbamenti.
Con decreto 12 marzo 1951, ma a decorrere dal 1° marzo, il prefetto firmò il collocamento a riposo di Corsini, che il 15 aprile avrebbe compiuto 76 anni, trattenuto ancora in servizio fino all’espletamento del concorso a ufficiale sanitario da bandire per la sua sostituzione. A uno dei suoi «migliori funzionari» il Comune inviò un «solenne encomio» per l’attività durata quasi mezzo secolo e sempre svolta con competenza e abnegazione. Fra l’altro, la Giunta comunale a fine anno lo volle nella Commissione giudicatrice del concorso per la progettazione di quelle «case a tipo minimo», pionieristico piano di edilizia sociale che il sindaco Giorgio La Pira varò per rimediare alla grave emergenza abitativa, restituendo dignità agli sfrattati e ai senzatetto. Il 21 novembre 1952 una lettera di La Pira informò Corsini che il Presidente Luigi Einaudi gli aveva conferito la medaglia d’argento al merito della sanità pubblica. Arrivò invece postuma, nel luglio 1965, una medaglia d’oro per le benemerenze acquisite quale ufficiale sanitario: di lui si rammentavano – così scrisse il sindaco socialista Lelio Lagorio alla figlia Anna Lisa – «con tanta simpatia le elette virtù di uomo, di cittadino, di funzionario e di scienziato». Certamente a Corsini toccò vivere, dall’inizio del Novecento, tre epoche fra loro diverse, tentando di adattarvi la propria Bildung di matrice ottocentesca. A ben vedere, ne sono manifestazioni sia l’attivismo igienista, figlio del paradigma microbiologico, sia il gusto storiografico che si trasformò in realizzazione pratica.