Le biblioteche personali come fonti per la storia della psichiatria: il caso delle raccolte di due psichiatri democratici
matteofiorani22@gmail.com https://orcid.org/0000-0001-9678-2606
Received 03/09/2025 | Accepted 03/01/2026 | Published 29/06/2026
Abstract
Questo articolo esplora il potenziale storiografico delle biblioteche personali per la storia della psichiatria italiana. Attraverso lo studio delle raccolte degli psichiatri democratici Tommaso Losavio e Massimo Purpura, si dimostra come tali fonti siano rilevanti per comprendere la complessità della riforma psichiatrica italiana, culminata con la chiusura dei manicomi prevista dalla legge n. 180 del 1978. La ricerca – basata sull’integrazione di analisi materiale, tematica e memoriale – rivela i saperi critici che hanno animato la trasformazione dei servizi psichiatrici. Le biblioteche, emergono non come mere appendici, ma come fonti vive che documentano l’intreccio tra teoria, pratica clinica, soggettività e militanza professionale.
[Immagine di copertina: https://bibliotecamedicastatale.cultura.gov.it/gallerie/la-sede-storica/]
English abstract
This article explores the historiographical potential of personal libraries for the history of Italian psychiatry. Through a study of the book collections belonging to the democratic psychiatrists Tommaso Losavio and Massimo Purpura, it demonstrates how such sources are relevant for understanding the complexity of the Italian psychiatric reform that culminated in the closure of mental hospitals under Law No. 180 (1978). The research – based on an integration of material, thematic, and memory-based analyses – reveals the critical knowledge that drove the transformation of psychiatric services. These libraries emerge not as mere appendages but as living sources documenting the intertwining of theory, clinical practice, subjectivity, and professional activism.
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Introduzione
Negli ultimi decenni le biblioteche personali si sono affermate come fonti di notevole interesse per ricostruire percorsi culturali e relazioni intellettuali [vedi AIB, 2023]. Queste raccolte non si riducono alla somma dei volumi posseduti. Riflettono infatti visioni del mondo, scelte formative e contesti di appartenenza. Proprio per la loro natura ibrida – a metà tra archivio e raccolta bibliografica – hanno alimentato un vivace dibattito metodologico interdisciplinare che coinvolge bibliotecari, archivisti e storici. La necessità di un approccio integrato, archivistico e biblioteconomico, è stata del resto sancita nelle Linee guida sul trattamento dei fondi personali prodotte dall’Associazione italiana biblioteche (AIB) [AIB, 2019].
Un ambito in cui questa complessità offre spunti particolarmente fertili è la storia della psichiatria, campo intrinsecamente denso per la molteplicità di temi e approcci storiografici coinvolti. Se da un lato gli archivi psichiatrici – in particolare quelli manicomiali, ma anche personali e non manicomiali – hanno ricevuto attenzione grazie a progetti di recupero e valorizzazione, dall’altro le biblioteche psichiatriche, sia istituzionali sia private, rimangono spesso percepite come appendici marginali rispetto ai fondi archivistici, con un riconoscimento ancora insufficiente del loro valore documentario e interpretativo.
Questa sottovalutazione va inserita nel quadro storiografico degli studi sulla psichiatria italiana, ancora largamente dominato dal paradigma manicomiale. Nella storiografia – e nel senso comune – persiste una polarizzazione riduzionistica (costrizione vs. liberazione; segregatori vs. liberatori) che finisce per alimentare un’epopea celebrativa poco utile a costruire la consapevolezza storica necessaria ad affrontare le sfide psichiatriche contemporanee. Tale lettura semplificata oscura la complessità delle esperienze maturate prima e dopo l’entrata in vigore della l. n. 180/1978 (impropriamente sintetizzata nella figura di Basaglia) e ha contribuito a relegare in secondo piano il disomogeneo processo di trasformazione dei servizi territoriali, le pratiche e le teorie connesse e i patrimoni documentari ‘altri’ che ne custodiscono memoria e storia. Sebbene storici di diverse generazioni abbiano da tempo messo in discussione questa impostazione e le ricerche abbiano aperto nuovi scenari, il dibattito continua a riproporsi ciclicamente: i ricorrenti bilanci storiografici e bibliografici – spesso accompagnati dall’invocazione di una nouvelle vague – testimoniano tanto la persistenza delle questioni quanto la vitalità del campo.
Superare queste limitazioni significa non solo interrogare diversamente le fonti già note, ma anche individuare nuove tracce capaci di restituire storie psichiatriche con prospettive inedite. In tale contesto, le biblioteche personali appaiono particolarmente rilevanti perché permettono di mettere in luce aspetti finora trascurati della riforma. Possono, ad esempio, far emergere come la critica al sapere manicomiale non sia stata unicamente espressione di una rivolta riconducibile al paradigma basagliano, ma abbia poggiato su un articolato retroterra teorico, su saperi tecnici e su percorsi di lettura differenziati, sviluppatisi dentro e fuori il manicomio, nell’accademia e oltre [Migone, 2021]. L’orizzonte epistemologico che ne emerge è ampio e sfaccettato: non è riducibile alla dicotomia foucaultiana sapere/potere, né è confinabile sotto la generica etichetta di ‘antipsichiatria’, né circoscrivibile al solo perimetro asilare o territoriale. Grazie alla loro polifonia strutturale, questi fondi sono poi in grado di documentare i riferimenti plurali alla base della trasformazione dei servizi per la salute mentale, offrendo l’opportunità di tracciare una genealogia complessa delle culture psichiatriche democratiche. Possono rivelare, inoltre, reti relazionali, memorie differenziate e la costruzione sfaccettata di saperi/azioni de-istituzionali; nonché l’importanza del contesto (tempo, attori, luoghi) nella frammentata geografia psichiatrica italiana [Guarnieri, 2021a].
Alla luce di queste premesse, il contributo qui proposto illustra tale potenziale attraverso un caso di studio: le biblioteche personali appartenute agli psichiatri Tommaso Losavio e Massimo Purpura, nella parte da loro selezionata e donata alla Biblioteca medica statale di Roma (BMS) – in occasione del centenario della nascita di Franco Basaglia (1924-2024) – e in quella che hanno deciso di trattenere. I due specialisti rappresentano efficacemente quel tessuto diffuso e plurale di operatori che, in luoghi e tempi diversi, parteciparono al movimento per una psichiatria alternativa. Le loro raccolte offrono dunque un osservatorio privilegiato per indagare le relazioni tra soggettività individuale, formazione professionale e memoria collettiva, nonché per comprendere il ruolo avuto dalle collezioni librarie nella costruzione, sedimentazione e diffusione di una cultura psichiatrica identitaria oltre la mera appartenenza professionale. Queste biblioteche non sono infatti semplici cataloghi di titoli, ma prodotti culturali stratificati – frutto di interazioni tra i creatori e i contesti –, il cui studio richiede un approccio critico in grado di indagare i molteplici fattori che ne hanno condizionato la formazione e la trasmissione. Interrogare queste raccolte permette così di far emergere la dimensione culturale e civile di un sapere in movimento, dove si intrecciano percorsi biografici e pratiche di lettura.
Proprio per coglierne le dinamiche, il contributo si articola lungo due direttrici strettamente intrecciate: l’architettura tematica e materiale delle raccolte e la loro dimensione soggettiva e narrativa. È infatti nell’interazione tra configurazione esterna e intenzionalità interna che prende forma il significato più profondo dei fondi personali e, con esso, il loro valore documentario, simbolico e istituzionale.
Profili biografici e contesto professionale
Per comprendere appieno la configurazione delle raccolte di Tommaso Losavio e Massimo Purpura, è necessario ricondurle al contesto biografico-professionale in cui si sono stratificate. I percorsi di vita dei due psichiatri consentono infatti di delineare la cornice storica e intellettuale indispensabile per decifrare – attraverso i fondi librari – l’articolata trama tra culture psichiatriche, formazione teorica, scelte professionali e pratiche istituzionali.
Tommaso Losavio è stato una figura di riferimento nella psichiatria de-istituzionale tra il periodo precedente e quello successivo alla legge 180. Laureatosi in Medicina a Roma nel 1964 e specializzatosi in Clinica delle malattie nervose e mentali nel 1967, iniziò la carriera come assistente volontario presso la Clinica romana. Alla fine del 1969 lasciò l’ambiente accademico per entrare nel sistema manicomiale, svolgendo servizio all’ospedale psichiatrico provinciale di Rieti.
Nel 1972 fece ritorno a Roma, operando per due anni presso un centro di igiene mentale cittadino. In questo contesto si avvicinò alle istanze della psichiatria democratica e, nel 1974, conobbe Franco Basaglia durante un’assemblea. L’anno successivo si trasferì a Trieste per lavorare nell’ospedale psichiatrico diretto dallo psichiatra veneziano, rimanendovi fino alla fine del 1979.
Nel 1980, su invito di Basaglia, rientrò a Roma come primario di un Servizio di salute mentale che copriva i quartieri limitrofi al Santa Maria della Pietà. Scelse questa sede proprio per la vicinanza al manicomio, con l’obiettivo di operare esternamente su una realtà ancora fortemente segregante. Tra il 1980 e il 1993 diresse servizi territoriali, favorendo la costituzione di un Dipartimento di salute mentale (DSM). Dopo il 1993 si occupò della chiusura del Santa Maria della Pietà, impresa che si protrasse per sei anni.
Massimo Purpura ha partecipato al rinnovamento della psichiatria con un’attività orientata all’integrazione tra cura, organizzazione dei servizi e attenzione al contesto sociale. Mantenendo una visione multidimensionale della disciplina, ha coniugato pratica clinica, responsabilità gestionale e riflessione teorica, con costante attenzione ai bisogni delle persone e alla qualità dell’intervento pubblico.
Laureatosi in Medicina e Chirurgia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma nel 1971, Purpura conseguì la specializzazione in Psichiatria nel 1974; completò poi la formazione con studi in psicoterapia sistemico-relazionale (1980-1988) e con la specializzazione in Psicoterapia familiare (1989).
Iniziò il percorso professionale nel 1972 presso il Servizio di igiene mentale dell’Amministrazione provinciale di Terni – una realtà priva di manicomio, dove la psichiatria territoriale era una necessità che divenne poi una scelta. Dal 1979 assunse la direzione del Servizio di salute mentale del comprensorio di Narni e Amelia, contribuendo alla strutturazione dei servizi in ottica comunitaria e de-istituzionalizzante.
Tornato a Roma nel 1986, dal 1988 al 1991 è stato responsabile del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (SPDC) della USL Roma 3, di cui ha poi assunto la direzione nel 1991. Ha successivamente diretto il DSM dell’ASL Roma A, svolgendo parallelamente attività di formazione in ambito psichiatrico.
Le raccolte librarie personali: definizioni e caratteri
Per circoscrivere l’indagine, è necessario prima definire la tipologia dei fondi bibliografici di Losavio e Purpura. Le Linee guida AIB sulle Biblioteche d’autore e di persona riprendono la definizione del 2004 formulata dal Gruppo di studio sulle biblioteche d’autore AIB: «Raccolte di libri accorpati in maniera funzionale alla propria attività da un soggetto significativo per la comunità culturale», nelle quali «i documenti sono legati da un vincolo che li caratterizza in quanto insieme e tali da restituire sia il profilo del soggetto produttore che momenti della nostra storia culturale». Le Linee guida precisano tuttavia come, pur «nel rispetto di tale definizione», sia utile proporre «un’estensione del campo di interesse anche a biblioteche personali non necessariamente di figure eminenti ma che abbiano comunque interesse in ambito culturale e professionale» [AIB, 2019]. Proprio questo chiarimento è dirimente per riconoscere il valore dei fondi di Losavio e Purpura. Classificabili come biblioteche ‘tecniche’, essi documentano percorsi professionali e culturali di rilievo per la storia della psichiatria e, più in generale, per quella culturale, scientifica e sociale del secondo Novecento. Queste raccolte rappresentano, infatti, testimonianze indicative di un sapere storicamente incarnato, costruito attraverso l’intreccio tra pratiche e teorie, scelte di lettura, incontri e relazioni.
I due fondi – per la parte donata alla BMS – presentano una composizione quantitativa simile, entrambi collocabili tra quelli di piccole dimensioni. Non si tratta di raccolte lacunose, bensì di collezioni ‘scelte’: i volumi donati sono stati infatti personalmente selezionati da Losavio e Purpura sulla base di un criterio che potremmo definire prevalentemente affettivo e memoriale, ma anche di ‘scarto’. Proprio per questa natura ‘scelta’, la consistenza sollecita una riflessione, seppur sintetica, sul significato della ‘limitatezza’ nel campo delle biblioteche personali. In tal senso, meritano di essere riprese le riflessioni di Piero Innocenti In margine a uno «scaffaletto» (e mezzo) di libri [Innocenti, 2013]. Partendo da esse, possiamo argomentare che l’estensione fisica è secondaria rispetto alla possibilità di riconoscere all’interno della raccolta un ‘genotipo’, ovvero l’impronta originaria, l’identità della collezione, formatasi attraverso le scelte, gli usi e le relazioni del suo possessore. Anche un piccolo nucleo librario consente, in questa prospettiva qualitativa, di ricostruire gli interessi di chi l’ha formato. La ristrettezza dimensionale, dunque, non è un limite conoscitivo, ma può anzi costituire una via d’accesso per cogliere quella consapevolezza della lettura e quel valore culturale e operativo – particolarmente evidente nelle raccolte di tipo tecnico – che ogni biblioteca personale porta con sé.
Considerando complessivamente le raccolte di Losavio e Purpura, ovvero includendo anche i testi trattenuti nelle collezioni private, la loro consistenza quantitativa rimane invariata; muta invece la configurazione qualitativa: non più un assetto esclusivamente tecnico, ma una composizione più ampia, articolata in diversi filoni culturali.
Architettura delle raccolte depositate presso la BMS
Definita l’appartenenza tipologica dei fondi e rilevato il rapporto tra configurazione quantitativa e qualitativa, esaminiamo ora l’architettura degli esemplari presenti nelle raccolte donate alla BMS, combinando contenuti bibliografici e analisi semantica.
Il fondo di Tommaso Losavio si caratterizza per una prevalente vocazione psichiatrica, centrata sul disagio mentale nella sua dimensione storica, sociale e culturale. Oltre settanta titoli di psichiatria, psicopatologia e discipline affini sono affiancati da circa venticinque volumi di carattere interdisciplinare che spaziano dall’antropologia alla filosofia, dalla sociologia alla storia, a testimonianza di una visione ampia e complessa del sapere psichiatrico.
L’articolazione tematica della raccolta si sviluppa lungo tre direttrici principali. La prima è costituita dalla psichiatria intesa come sapere critico e non conformista, con particolare attenzione al passaggio dall’istituzione manicomiale alla psichiatria territoriale. Questo asse include un nucleo sulla riforma psichiatrica italiana, saggi sulla storia e la memoria della disciplina, biografie dei protagonisti dell’alternativa psichiatrica, riflessioni sul superamento del manicomio, analisi delle trasformazioni istituzionali. Un secondo asse ruota attorno alla soggettività come fondamento epistemologico e clinico, presentando opere che indagano l’esperienza psicopatologica nella sua dimensione fenomenologica, simbolica e relazionale; significativi a tal proposito sono i testi di taglio antropologico di Lucien Lévy-Bruhl, Laura Faranda e Bruno Callieri. Infine, la terza direttrice si concentra sull’esperienza come chiave conoscitiva e trasformativa, documentata da narrazioni soggettive di pazienti e operatori, diari, testimonianze sul lavoro nei servizi e volumi dedicati a progetti artistici e riabilitativi.
Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalla presenza di due volumi appartenuti alla psicologa Paola Tulli, moglie di Losavio. Tali esemplari – individuabili attraverso le note di possesso – aprono lo sguardo verso prospettive teorico-cliniche legate alla psicoanalisi e alla psicologia sociale, trovando riscontro nella sezione della biblioteca non donata.
Caratteristica distintiva della raccolta è infine la personalizzazione dei volumi: circa quaranta volumi recano note di possesso e trace d’uso, oltre a dediche (rivolte anche a entrambi i coniugi) e inserti. Questi segni, sebbene distribuiti in modo disomogeneo tra i volumi, restituiscono l’immagine di una lettura dinamica e riflessiva: le dediche manoscritte attestano relazioni intellettuali e affettive; le annotazioni critiche rivelano percorsi di lettura selettiva e interpretativa; mentre foglietti, biglietti e ritagli inseriti tra le pagine documentano concreti momenti di utilizzo professionale e reti di relazioni.
Parzialmente coeva a quella di Tommaso Losavio per cronologia editoriale e affinità tematiche, la biblioteca di Massimo Purpura si configura come una raccolta a spiccata vocazione psichiatrica, psicoanalitica, psicoterapeutica e umanistica. Le sue unità bibliografiche si distinguono per l’ampiezza dei riferimenti teorici e la presenza di autori centrali nella costruzione psicodinamica del secondo Novecento.
L’architettura della raccolta si articola attorno a tre filoni principali: la teoria psicoanalitica, rappresentata da testi classici e contemporanei (da Freud a Jung, da Klein a Matte Blanco, da Bion a Hillman); la psicoterapia individuale e di gruppo, con orientamento relazionale e sistemico (Paul Watzlawick), ma anche esistenzialista (Irvin Yalom); e infine la psicopatologia fenomenologica e antropologica, affiancata da un’attenzione specifica alla psichiatria d’emergenza.
Un tratto distintivo è l’ampio spazio dedicato alle patologie psichiatriche gravi, in particolare alla schizofrenia – affrontata da prospettive psicopatologiche, fenomenologiche, psicoanalitiche. L’interesse per la psichiatria d’urgenza – maturato nell’esperienza diretta nel SPDC – emerge da opere di Fabrizio Asioli e Stefano Mistura, oltre che da manuali per infermieri e operatori. Parallelamente, una sezione rilevante esplora le dipendenze da sostanze – tema urgente negli anni Settanta-Ottanta – attraverso prospettive complementari sulle dinamiche psicologiche e sociali correlate.
Accanto a questi nuclei, la biblioteca include testi di riflessione epistemologica, sociologica e storica sulle trasformazioni del sapere scientifico-culturale, ampliando lo sguardo sui fondamenti della pratica psichiatrica e le interazioni tra scienza, società e cultura. Temi trasversali percorrono l’intera raccolta: la dimensione simbolica della sofferenza psichica (Lévi-Strauss, von Franz, Malinowski), il dialogo tra neuroscienze e psicodinamica e l’evoluzione delle pratiche terapeutiche comunitarie nel contesto manicomiale e post-manicomiale.
Di particolare rilievo è la riflessione critica sull’istituzione psichiatrica e sulla funzione sociale della cura, sviluppata in testi sul rapporto tra diritti, cittadinanza e salute mentale (Bruno Bettelheim, ma pure Francesco Scotti per il contesto psichiatrico umbro). In questa prospettiva si inseriscono anche le visioni critiche di Félix Guattari, Wilhelm Reich, Ivan Illich e Sándor Ferenczi sulla soggettività, la sessualità e il trattamento psicoanalitico, affiancate dagli studi di fenomenologia di Ludwig Binswanger e di Danilo Cargnello sulle dimensioni esistenziali, antropologiche e intersoggettive dell’esperienza psicopatologica.
La raccolta dedica inoltre uno spazio significativo alla psichiatria e psicologia dell’infanzia e dell’adolescenza (Bettelheim, Vygotskij, Bowlby, Wallon), mentre i lavori di Aleksandr Lurija indagano la dimensione cognitivo-linguistica e il rapporto tra mente e funzione neurologica.
Come nella biblioteca di Losavio, ma con ancora più evidenza, la personalizzazione dei volumi testimonia una pratica di lettura attiva e riflessiva, contraddistinta da annotazioni marginali, sottolineature, commenti critici, ex libris, date e luoghi di acquisto e appunti d’uso. Le dediche, inoltre, consentono di ricostruire una rete di relazioni intellettuali e personali.
Convergenze e differenze delle raccolte donate alla BMS
Le biblioteche personali di Tommaso Losavio e Massimo Purpura donate alla BMS rappresentano due esempi complementari di raccolte psichiatriche critiche, sviluppate lungo traiettorie teorico-professionali autonome ma intrecciate. Pur nelle loro differenze, condividono affinità che ne accrescono il valore documentario.
Comune a entrambi i fondi è lo stretto legame tra formazione delle raccolte, percorsi professionali e pratica clinica quotidiana, spesso alimentata da letture extra-accademiche. Queste collezioni stratificate documentano così i percorsi del pensiero e delle prassi, rivelando l’interdipendenza tra teoria, esperienza clinica e riflessione personale nel contesto storico della riforma psichiatrica italiana. Le pubblicazioni (datate 1913-2021, con picco tra anni ’70 e ’90) si articolano attorno a tre assi condivisi – approccio critico alla psichiatria, soggettività come fondamento clinico-epistemologico, esperienza e relazione come categoria centrale nella cura – sebbene sviluppati con prospettive specifiche.
La biblioteca di Losavio si caratterizza per un’impronta storico-istituzionale e politico-sociale, con testi dedicati a storia della psichiatria, riforma manicomiale, istituzioni totali e diritti dei pazienti. Il contributo degli esemplari appartenuti alla moglie testimonia l’intersezione tra la dimensione intellettuale-professionale e quella affettiva, restituendo l’immagine di una biblioteca intesa anche come spazio di vita condiviso. I testi provengono da editori specializzati (es. Il Pensiero Scientifico, Astrolabio, FrancoAngeli), mentre è limitata la presenza di Feltrinelli e Bollati Boringhieri – cruciali dagli anni Sessanta per la diffusione di autori mai tradotti in Italia. I volumi sono prevalentemente in italiano, con una decina di esemplari in francese/inglese su psichiatria critica, malattie neurologiche, differenze di genere nei disturbi psicotico-affettivi e disturbi ansioso-depressivi a sintomatologia psicosomatica.
La raccolta di Purpura, invece, privilegia la dimensione clinico-terapeutica e simbolico-relazionale della sofferenza psichica, con prevalenza di testi di psicoanalisi e psicoterapia di gruppo. Il focus è su relazioni terapeutiche e psicopatologie gravi (schizofrenia, disturbi borderline), entro una cornice interdisciplinare (filosofia, antropologia, sociologia) che ne fa strumento di autoformazione critica. Le case editrici più rappresentate includono Feltrinelli, Bollati Boringhieri, Il Pensiero Scientifico, Astrolabio, Borla e Raffaello Cortina. Dodici testi in francese/inglese testimoniano accesso diretto a contributi teorici internazionali.
In sintesi, sebbene entrambe incarnino una concezione della cura come pratica situata, relazionale e comunitaria, Losavio sembra enfatizzare la dimensione storica del cambiamento psichiatrico mentre Purpura pare approfondisce la lettura clinico-interpersonale del processo terapeutico. Potremmo definirle rispettivamente biblioteca della trasformazione e biblioteca della relazione. Nella loro comparazione, questi fondi offrono una testimonianza connessa e plurale della psichiatria democratica italiana, spingendo a valutare come il sapere professionale si costruisca e radichi in percorsi bibliografici articolati.
Tracce soggettive e memoria delle raccolte
Mentre l’analisi tematica restituisce la struttura concreta delle raccolte, è nella dimensione soggettiva che dobbiamo ricercare le motivazioni profonde della loro formazione. Estendendo l’analisi anche alle porzioni dei fondi trattenuti dai due psichiatri, la soggettività assume ulteriore rilevanza. È proprio nel dialogo tra soggetto e oggetto che infatti emerge la complessità degli interessi, delle visioni e delle vicende che hanno plasmato queste collezioni nel tempo. Dopotutto «l’appropriazione [dei testi] è sempre creatrice, produzione di una differenza, proposizione di un senso possibile ma inatteso» [Chartier, 2009, p. 53]. Cogliere la ricchezza di una biblioteca personale – e la consapevolezza della lettura che l’ha nutrita – richiede dunque di interrogarsi sulla sua genesi, sulla relazione tra possessore e volumi, sul significato mutevole attribuito ai testi nei diversi contesti di vita e professionali. Da tale prospettiva, le raccolte si rivelano organismi viventi, portatori di storie e memorie individuali e collettive.
Per questo motivo il metodo della storia orale – secondo cui ricordare e raccontare equivale a rielaborare il passato alla luce del presente – è particolarmente utile per lo studio delle biblioteche personali, perché permette di ricostruire il senso di pratiche e scelte altrimenti non visibili. Anche qualora non sia possibile intervistare direttamente i donatori, la raccolta di testimonianze scritte sul rapporto con i libri, o di memorie orali di figure coinvolte nella donazione, diventa una pratica necessaria se messa in dialogo con l’analisi materiale dei volumi. Tale approccio permette di cogliere traiettorie, continuità e rotture, restituendo il valore bibliografico, biografico e soggettivo (persino intimo) dei fondi. L’integrazione tra memoria e fonti documentarie costituisce inoltre un argine alle sovrainterpretazioni, garantendo una lettura più accurata delle motivazioni che hanno orientato le scelte bibliografiche e modellato l’identità delle raccolte nel tempo. Questa ricostruzione è particolarmente cruciale per collezioni parziali o ‘selezionate’, poiché consente di ricomporne – almeno virtualmente – la struttura complessiva.
Memoria, narrazione e soggettività (anche quella insita nei materiali paratestuali e metatestuali) possono così contribuire a illuminare la dinamicità degli interessi intellettuali, i processi di elaborazione critica e le relazioni mediate dai libri. Tenuto conto che la soggettività di una raccolta si manifesta tanto nelle scelte attive quanto in quelle passive (inclusi i libri ‘subiti’ o non letti) e che segue percorsi biografici, professionali e affettivi spesso non lineari né pienamente intenzionali, interpretarne la struttura genetica ed esteriore richiede di incrociare memoria e storia, cogliendo coerenze e disomogeneità in una prospettiva sia diacronica sia sincronica.
In questo senso, la biblioteca personale diventa una forma di scrittura di sé: la selezione dei testi, la loro disposizione (chissà quante volte variata e da chi), le annotazioni o gli inserti conservati sono atti di costruzione o decostruzione identitaria. La lettura (o la non-lettura) si configura non solo come pratica intellettuale, ma come spazio di autoanalisi e definizione soggettiva, un romanzo di formazione che si rinnova nel corso della vita. I libri (acquistati, donati, annotati o intonsi) diventano strumenti di senso e testimonianze materiali di esistenze in movimento, tracciando mappe di percorsi formativi segnati da stimoli esterni e urgenze interiori.
Alla luce di queste riflessioni – e con l’obiettivo di indagare la sedimentazione delle collezioni, le motivazioni delle donazioni, le pratiche di lettura e il legame tra teoria e prassi – sono state raccolte le testimonianze di Tommaso Losavio e Massimo Purpura.
Dalle loro parole emerge la configurazione delle biblioteche come stratificazioni non lineari di saperi e pratiche, intrecciate alle loro biografie e alle trasformazioni della psichiatria italiana. Proprio in questa prospettiva, significative sono soprattutto le scelte di sottrazione: la decisione di trattenere libri ritenuti troppo centrali, intimi o emblematici esprime una soggettività bibliotecaria che si manifesta tanto nel donare quanto nel sottrarre. Nella donazione coesistono dunque un’esposizione e una tutela del sé. Tali dinamiche riflettono non solo motivazioni affettive, ma soprattutto una percezione della professione come servizio, militanza e partecipazione a un progetto collettivo. Per entrambi, i libri non sono mai stati meri strumenti di lavoro, bensì testimonianze materiali di un impegno clinico, politico e civile: forme di posizionamento critico in cui si intrecciano memoria, affettività, esperienza e ideologia.
È proprio in questa dialettica tra esposizione e tutela di sé – con il posizionamento critico che si manifesta anche nel controllo della memoria bibliografica – che la soggettività professionale emerge, nei racconti, come tensione costante tra tecnica e riflessione etico-politica. Si tratta di una consapevolezza che, rielaborata a posteriori nella dimensione memoriale, cristallizza pratiche e pensieri che nell’immediato furono probabilmente meno riflessivi e più istintivi. Le donazioni alla BMS non a caso coincidono con il centenario della nascita di Basaglia: un atto carico di simboli che colloca i percorsi individuali e di lettura all’interno della storia collettiva della riforma.
Proprio in tale dimensione simbolica – dove convergono memoria personale, militanza professionale e costruzione identitaria – le biblioteche di Losavio e Purpura si offrono come laboratori per decifrare, attraverso le loro architetture materiali e tematiche, la sedimentazione concreta di quelle dinamiche soggettive.
Su queste basi, l’analisi che segue confronta le interviste a Purpura e Losavio con le rispettive raccolte considerate nel loro complesso.
Tommaso Losavio: la biblioteca come strumento critico e operativo
La raccolta libraria di Tommaso Losavio si costruisce lungo un itinerario critico e stratificato, che attraversa i luoghi della formazione universitaria, della pratica manicomiale e dell’impegno nella riforma psichiatrica. La sua biblioteca non si presenta come un insieme sistematico o filologicamente coerente, ma come un deposito vivo – e talvolta disordinato – di interrogativi, apprendimenti, rielaborazioni, omissioni e rotture. Non tutti i volumi sono stati letti né scelti direttamente: alcuni sono stati ricevuti in dono, altri accumulati per urgenza, curiosità o semplice contingenza.
Ogni libro può riflettere un momento del suo percorso, ma non sempre in modo intenzionale: talvolta la presenza di un testo segnala più una possibilità, un interesse marginale o un frammento di dialogo intellettuale che non una scelta meditata. Il sapere, in questa prospettiva, non è fine a sé stesso, ma si configura come un dispositivo operativo e riflessivo, radicato nel corpo a corpo quotidiano – spesso conflittuale e contraddittorio – con l’istituzione, il disagio psichico e i processi di trasformazione dei servizi.
Un momento decisivo fu la formazione presso la Clinica delle malattie nervose e mentali dell’Università di Roma, diretta da Giancarlo Reda: ambiente intellettualmente vivace, permeato da un intenso scambio di idee, dove Losavio entrò in contatto con la psicopatologia jaspersiana e la clinica francese. Inizialmente attratto dalla neurologia – anche per la sua precoce passione per la logica e la matematica, coltivata già durante gli studi classici – l’approdo alla psichiatria maturò gradualmente, favorito dal confronto con giovani colleghi quali Luigi Cancrini, Massimo Ammaniti e Paolo Perrotti. Tuttavia, la formazione universitaria istituzionale si basava su manuali inadeguati di fronte alla complessità dell’esperienza clinica. Proprio questa lacuna alimentò l’apertura verso il contesto europeo e verso i testi francesi e tedeschi, spesso acquisiti autonomamente: tra questi il volume di Jaspers [1964], ottenuto in dono (su sua esplicita richiesta) in occasione del conseguimento della specializzazione. Questo studio indipendente, condiviso nella cerchia dei colleghi, alimentò un processo di autoformazione fondato sulla curiosità intellettuale, il confronto dialettico e l’urgenza di comprendere la realtà clinica.
L’ingresso nel manicomio di Rieti, nel 1969, segna una frattura decisiva, un’esperienza disorientante che pone Losavio di fronte alla distanza irriducibile tra teoria e realtà. Jaspers, la clinica psichiatrica e la psicopatologia apprese in università si rivelano del tutto inadeguate rispetto al lavoro istituzionale. Losavio si trova inizialmente a dipingere pareti, a contrattare per mesi l’uso delle forchette, a constatare che «la cura non esisteva». Tuttavia, questo non lo induce a rigettare il sapere teorico, ma a ripensarlo radicalmente: non più come fine, ma come «armamento professionale», un equipaggiamento critico per abitare e trasformare l’istituzione. L’esperienza non viene mitizzata, bensì trasformata in spazio di riflessione: ciò che serve, afferma, è «la teoria che diventa prassi e la prassi che mette in discussione la teoria». Come precisa lo stesso Losavio: «questo era anche un insegnamento di Franco Basaglia, che è stato travisato, come se Franco Basaglia negasse la malattia, ma Franco Basaglia non ha mai negato la malattia; nei confronti delle malattie bisogna avere anche delle conoscenze, degli strumenti di cura, che non sono soltanto il farmaco; anche per usare il farmaco bisogna, come dire, studiare, sennò si dà il farmaco secondo quello che ti dice il rappresentante di medicinali che te lo viene a consegnare. È l’armamento professionale che uno deve avere; quello era uno strumento professionale».
Questa tensione attraversa l’intera costruzione («pezzo per pezzo») della sua biblioteca. I testi di psicopatologia, clinica, filosofia (come Paul Ricoeur), antropologia e letteratura coesistono senza una gerarchia rigida, ma rispondono a bisogni di pensiero e di azione. I volumi trattenuti e non donati alla BMS – in particolare tutti gli scritti di Basaglia e del movimento antistituzionale, nonché quelli legati alla filosofia e all’antropologia – fanno intravedere una componente intima e irrinunciabile della sua formazione, legati agli stimoli ricevuti dall’esperienza basagliana. Anche la letteratura occupa un posto rilevante nella sottrazione, come spazio in cui interrogare la soggettività, confrontarsi ed elaborare il vissuto. Autori come Alberto Moravia, Elsa Morante, José Saramago (di cui Losavio afferma di aver letto tutto), Cormac McCarthy e Kent Haruf, ma anche il Filottete di Sofocle, spingono a delineare un immaginario in cui cura, etica e narrazione si incontrano. Alcuni testi – quali Cecità o Tutti i nomi di Saramago – generano una risonanza con l’esperienza psichiatrica, pur non immediata e senza essere legata a letture a tema o ideologiche.
Durante gli anni di lavoro, sottolinea Losavio, il tempo da dedicare alla lettura era limitato: «nel momento in cui lavoravo, molto tempo per leggere non c’era». L’attività quotidiana era assorbita interamente dall’assistenza e dalla cura, riflettendo l’etica civile e l’impegno, quasi laicamente missionario, con cui gli psichiatri democratici vivevano una professione totalizzante. Tuttavia, l’apprendimento non avveniva solo attraverso i libri, ma soprattutto tramite il confronto nel gruppo. Le discussioni tra colleghi, l’organizzazione delle équipe, le supervisioni con specialisti come Eugenio Borgna e Diego Napolitani rappresentavano modalità alternative di conoscenza, fondate sulla pratica discorsiva. La ‘dimensione gruppale’ diventava così un metodo di apprendimento e uno spazio collettivo di elaborazione critica, influenzando anche le letture, spesso suggerite o discusse in comune.
I libri, del resto, nel racconto dello psichiatra romano non sono solo strumenti simbolici: sono anche elementi concreti, che contribuiscono a costruire spazi, sostenere pratiche, progettare servizi. A tal proposito, Losavio sottolinea con forza l’importanza del fare: è a partire da un ambulatorio che si costruisce un servizio territoriale nei quartieri romani di Primavalle, Monte Mario e Balduina; è attraverso la sperimentazione delle visite domiciliari che si ridefinisce il rapporto tra operatore e paziente. In questi gesti prende forma una psichiatria militante, radicata in un sapere che orienta o risponde all’agire concreto, nella responsabilità civile e politica dell’intreccio tra conoscenza e professionalità.
La biblioteca di Tommaso Losavio si configura dunque come un archivio in transizione, un luogo in cui la teoria incontra la pratica e la pratica interroga la teoria. È una biblioteca selettiva, costruita per necessità e non per collezionismo, dove i volumi custodiscono (attivamente o passivamente) un frammento di storia professionale, di riflessione critica, di tensione etica. Nei testi trattenuti come in quelli donati, nelle loro relazioni, si riflette la postura di uno psichiatra che, prima e dopo la legge 180, non ha mai smesso di interrogare il proprio ruolo, il senso del proprio operare e la possibilità di un sapere che non sia chiuso nella norma, ma che resti esposto, inquieto, generativo.
Massimo Purpura: la biblioteca come spazio affettivo e dialogico
La biblioteca di Massimo Purpura è il risultato di un lungo e articolato percorso di formazione, in cui lettura e pratica clinica si intrecciano costantemente. Costruita con urgenza – per far fronte a pressanti esigenze teoriche, cliniche, personali –, in modo fluido e non sistematico, riflette una soggettività in continua trasformazione, guidata dalla curiosità, dalla ricerca autonoma e dal confronto interpersonale. Non si limita a registrare un sapere professionale: è testimonianza di una concezione identitaria della psichiatria, dove l’incontro con il paziente, il lavoro in équipe, lo scambio tra colleghi e l’autoformazione sono percepiti come veri centri generatori della conoscenza.
L’ingresso nella psichiatria avviene per Purpura all’Università Cattolica di Roma, in un ambiente dinamico e in fermento, grazie alla presenza di figure come Giovanni Gandiglio e all’influenza indiretta dell’esperienza goriziana di Franco Basaglia, che circolava attraverso alcuni giovani medici mandati alla Cattolica dallo psichiatra veneziano per specializzarsi. Il contesto universitario era animato da riunioni serali, letture condivise – in particolare di Ludwig Binswanger – e da sperimentazioni sul campo, come il portare i pazienti «a spasso» per sottrarli, anche solo per qualche ora, all’isolamento dell’istituzione. Anche lui inizialmente orientato verso la neurologia, è in questo clima che scopre nella psichiatria un terreno di maggiore complessità e responsabilità, a cui si dedica con crescente coinvolgimento.
In confronto a tali fermenti, la scuola di specializzazione si rivela presto deludente: le vere occasioni di apprendimento non scaturiscono dalle lezioni formali, ma dallo studio personale, dal confronto clinico e dalle «full immersion» mensili tra colleghi, in cui si discuteva, si leggevano testi e si condividevano esperienze. Fin dall’inizio, prende così forma una biblioteca extra-accademica già significativa. Il nucleo originario è composto da tre testi fondamentali – L’istituzione negata a cura di Franco Basaglia [Basaglia, 1968], L’Io diviso di Ronald Laing [Laing, 1969] e Asylums di Erving Goffman [Goffman, 1968] – che Purpura definisce «il nucleo dell’atomo». Letti, riletti, annotati, «fatti e detti», sono volumi che rappresentano un approccio attivo e riflessivo alla lettura e che definiscono un’epoca. Assunti quasi come ‘bibbie’ dai movimenti giovanili di contestazione, che riconoscevano negli psichiatri democratici figure intellettuali controculturali, quei libri divennero strumenti di formazione e di appartenenza. Interpretati e discussi collettivamente, favorirono una riflessione condivisa, intrecciando percorsi biografici, pratiche cliniche e scelte politiche. Sono libri che misero in relazione tecnici e generazioni. Da questo nucleo iniziale, la memoria di Purpura va oltre i simboli, aprendosi a nuovi riferimenti, come Silvano Arieti e Harold F. Searles, altrettanto significativi per chi cercava un sapere psichiatrico più umano e differentemente radicale.
Praticamente ogni volume reca tracce materiali dell’interazione: sottolineature, date, luoghi, commenti a margine, timbri, ex libris, inserti vari. La lettura appare così un gesto conoscitivo e affettivo, un esercizio continuo di riappropriazione critica. Parallelamente, la formazione di Purpura si alimenta costantemente di scambi informali con colleghi e amici, ma anche – e soprattutto – del dialogo quotidiano con i pazienti, che spesso diventano suggeritori impliciti di percorsi di lettura: «i pazienti mi hanno insegnato moltissimo», afferma, riconoscendo loro un ruolo attivo nella propria crescita.
Coerentemente con una visione ampia e interconnessa del sapere, la raccolta comprende testi di psicopatologia, psicoanalisi, psicoterapia relazionale, ma anche opere di storia, spiritualità, politica e letteratura. Si tratta di letture che non si limitano alla sola dimensione tecnico-professionale, ma si aprono all’intero spettro dell’esperienza umana, facendo intendere che la formazione dello psichiatra debba includere la complessità del vivere. Questa apertura nasce da un rapporto precoce con la letteratura, alimentato anche dall’influenza della madre, insegnante di Lettere. Un interesse che si riflette nella biblioteca personale: nella parte non donata alla BMS, non a caso si conservano testi religiosi – legati alla formazione cattolica e all’esperienza scoutistica – e testi politici, testimonianza della militanza nel Partito comunista italiano. Gli autori amati e sottratti alla donazione – Tolstoj, Simenon, Sciascia, Kafka, Manzoni (del quale Purpura ha letto svariate volte I promessi sposi) – incarnano un’idea di letteratura capace di esplorare le tensioni morali, le ambiguità dell’agire, i vissuti soggettivi più profondi. È in questa prospettiva che la memoria restituisce la narrazione come una via privilegiata per comprendere la complessità dell’umano, trovando una risonanza diretta nella pratica clinica. Come afferma con decisione: «uno psichiatra che non legga al di fuori della psichiatria non è concepibile».
Anche nei periodi di intensa attività professionale, Purpura non trascurava mai la lettura. Riusciva sempre a ritagliarsi «qualche ora al giorno», mantenendo un ritmo costante da settembre a luglio, interrotto solo dalla pausa estiva. Questa pratica, che definisce quasi «scolastica», restituisce la percezione della lettura come piacere, studio, aggiornamento e forma di cura di sé. Ma è anche qualcosa di più. La descrizione delle modalità di acquisto dei volumi, spesso «casuale, a volte compulsiva», spinta da un titolo o da una copertina, lo dimostra. Nonostante questo, la sua biblioteca mantiene una coerenza, generata dall’esperienza clinica e dalle domande poste dalla realtà – ad esempio le dipendenze negli anni Settanta e la psichiatria d’urgenza successivamente.
Uno degli aspetti più rilevanti del suo percorso è la centralità della formazione orale e relazionale. A partire dagli anni ‘territoriali’ umbri – in particolare nell’esperienza di Narni – la trasmissione del sapere si realizza soprattutto attraverso le riunioni, il dialogo tra colleghi, la condivisione quotidiana con infermieri, psicologi, medici e assistenti sociali. La formazione in équipe diventa la modalità prevalente, il luogo ideale per costruire cultura e conoscenza clinica multiprofessionale: «perché sennò non si va da nessuna parte». Questo approccio si consolida anche nell’SPDC di Roma, dove si costituisce un’équipe stabile e coesa, che si forma insieme sul campo. Un ruolo cruciale in questa dinamica è svolto dagli specializzandi: la loro presenza obbliga gli operatori a esplicitare il senso delle proprie pratiche, generando un processo continuo di autoriflessione, pedagogia e autopedagogia. In tale scenario, le supervisioni settimanali rappresentano momenti decisivi di confronto clinico, in cui l’équipe si interroga, rivede i casi, affronta le difficoltà, cerca insieme un senso condiviso.
Riferendosi a quanto sostenuto da Tommaso Losavio, che nei momenti difficili evocava il proprio ‘tesoretto’ costituito dall’esperienza con Basaglia [Losavio, 2021], Purpura afferma di non avere nulla di simile: «io non ho nessun tesoretto». La sua esperienza si fonda su un’altra genealogia, fatta di letture personali, di incontri con i pazienti, di crisi rielaborate attraverso lo studio e il confronto. «I miei libri, sì, i miei libri. E i pazienti. I pazienti mi hanno insegnato moltissimo»: è in questa doppia alleanza – tra teoria appresa ed esperienza condivisa – che si radica l’incontro tra pensare e agire.
La biblioteca di Massimo Purpura è dunque molto più di una semplice raccolta di volumi: è un ambiente affettivo, uno spazio attraversato da voci, relazioni, domande. È una biblioteca viva, fatta per essere letta, annotata, discussa, in cui si incontrano percorsi esistenziali e clinici, convinzioni e incertezze, momenti di solitudine e scambio. Come per Losavio, anche per Purpura la lettura non è mai un atto neutro: è gesto critico, esercizio di responsabilità, strumento per continuare a pensare, a curare, a operare attivamente.
La soggettività delle due biblioteche
L’analisi comparata delle biblioteche di Tommaso Losavio e Massimo Purpura – tra volumi donati e trattenuti – rivela come la soggettività bibliotecaria si articoli in percorsi distinti eppure uniti, entrambi espressione della psichiatria democratica e de-istituzionale italiana. Se Losavio costruisce la sua raccolta come un arsenale critico per affrontare l’istituzione, Purpura la concepisce come uno spazio dialogico in cui teoria e pratica si alimentano reciprocamente. Tali affinità e divergenze danno conto di un rapporto dinamico tra contesti, storia, memoria e culture.
La formazione formale/informale dei due psichiatri mostra una comune rielaborazione del sapere accademico, seppur con presupposti ed esiti diversi. Losavio, formatosi nella Clinica romana di Reda, assorbita la psicopatologia europea, trova nella traumatica esperienza dell’ospedale psichiatrico di Rieti il punto di svolta che trasforma i suoi libri in un «armamento professionale». Purpura, cresciuto nell’ambiente della Cattolica influenzato da echi basagliani e lavorando in una provincia senza manicomio, sviluppa un sapere territoriale che lo spinge oltre la specializzazione formale. Questa divergenza di approcci si riflette nella composizione delle loro biblioteche: mentre Losavio utilizza i testi per decifrare la crisi istituzionale ed extraistituzionale, Purpura li trasforma in elementi relazionali.
Le pratiche di lettura dei due rivelano altrettante somiglianze nella diversità. Entrambi rifiutano la specializzazione sterile, attingendo a discipline diverse per nutrire la propria pratica clinica. Dal discorso di Losavio emerge una rete di connessioni tra Jaspers e Ricoeur, Saramago e McCarthy, la ricerca nella letteratura di un’evasione che va oltre il semplice piacere: i romanzi diventano per lui anche un ulteriore lente critica per interrogare l’esperienza psichiatrica e umana, arricchendo la sua riflessione clinica con prospettive inedite. Analogamente Purpura, anche se non direttamente, costruisce ponti tra psicodinamica e narrativa, dimostrando come la comprensione dell’umano non possa ridursi al solo sapere tecnico. La differenza sostanziale risiede nel rapporto con i testi: strumentale e operativo in Losavio, intimo e affettivo in Purpura.
Il gesto stesso della donazione, già analizzato come atto di esposizione e tutela del sé, assume qui un ulteriore significato: collocare le storie individuali entro la traiettoria collettiva della riforma, trasformando le biblioteche in testimonianze attive di un percorso comune e di una memoria plurale ma condivisa.
Questa comparazione dimostra come le biblioteche personali, nella loro individualità plasmata dalle relazioni e dai contesti, possano diventare dispositivi per comprendere non solo le storie dei loro possessori, ma anche le trasformazioni di un’intera disciplina. Losavio e Purpura, attraverso scelte bibliografiche, annotazioni e omissioni, hanno lasciato tracce materiali di come la psichiatria italiana sia stata rielaborata negli anni della riforma e del post-riforma: tra rotture istituzionali e continuità professionali ed esistenziali, slanci teorici e pratica quotidiana. Le loro raccolte, lette in controluce, rivelano infine che la soggettività più autentica spesso si manifesta proprio nella capacità di tenere insieme apparenti contraddizioni: l’adesione a un progetto collettivo e la fedeltà a sé stessi, l’urgenza dell’azione e la necessità della riflessione, il peso della storia e la libertà dell’interpretazione.
Conclusioni
La duplice prospettiva metodologica – che integra l’analisi dell’architettura materiale-tematica delle raccolte con la lettura delle tracce soggettivo-memoriali – ha rivelato la natura composita dei fondi Losavio e Purpura, sospesa tra identità individuale e progetto collettivo. Proprio gli elementi emersi dall’analisi di questi casi di studio offrono uno sguardo inedito sulla ricchezza teorica che ha animato la trasformazione dei servizi psichiatrici e, di conseguenza, suggeriscono di valutare con maggiore attenzione il ruolo delle biblioteche personali nella gerarchia delle fonti per la storia della psichiatria.
Le testimonianze dei due psichiatri sottolineano con efficacia la dimensione collettiva e relazionale del sapere democratico e de-istituzionale. Il confronto con le loro raccolte pone in luce come culture diffuse e plurali abbiano costituito il fondamento di una prassi trasformativa concreta. Emerge infatti come la lettura abbia funzionato da strumento ermeneutico per la riflessione critica, la formazione professionale, la pratica clinica e la costruzione di relazioni generative, dagli anni Sessanta alle fasi più recenti. È anche in questo humus che affondano le radici tanto la trasformazione istituzionale quanto l’apertura territoriale dei servizi: un movimento di pensiero storicamente incarnato, alimentato da un sapere critico e dialettico che, dall’esperienza solitaria della lettura, tendeva a tradursi in dinamiche comunitarie. Proprio in virtù di questi scambi, possiamo definirlo un sapere al tempo stesso culturalmente unitario e difforme. Se i libri sono attrezzi che si trasformano in strumenti per ogni specifico contesto, va riconosciuto che – al di là dei riferimenti culturali comuni – ogni esperienza richiede i propri: Roma non è Rieti, Terni non è Trieste. Le biblioteche personali contribuiscono così a restituire le molte psichiatrie alternative italiane, espressione di saperi e pratiche necessariamente ripensati e ricollocati in realtà differenti.
Proprio per la capacità di documentare processi lunghi e dissimili, queste collezioni inducono a riconsiderare il 1978 come cesura netta e assoluta. La costruzione del sapere psichiatrico democratico esige uno sguardo capace di valutare il prima e il dopo della legge 180, tra continuità sotterranee e rotture manifeste, evitando di comprimere la complessità storica nell’etichetta di un’unica cultura alternativa. Un approccio che scongiurerebbe tanto la rigida separazione tra epoche contrapposte quanto l’ossessiva centralità della figura di Basaglia – riduttiva quando trasforma la complessità storica in sterili dicotomie (tradizione vs. tradimento) [vedi Foot, 2021].
Per realizzare tale potenziale storiografico, appare però necessario affrontare le criticità sistemiche – istituzionali e culturali – nella gestione delle biblioteche personali psichiatriche. Il caso della BMS, pur offrendo un paradigma di integrazione, rivela la frammentazione del panorama nazionale: mentre gli archivi psichiatrici – con priorità al recupero degli archivi manicomiali – hanno beneficiato di progetti coordinati e finanziamenti dedicati, le biblioteche psichiatriche restano spesso disperse, prive di sistemi unitari di descrizione, visibilità e accesso, relegate a mere appendici documentali. La distribuzione eterogenea dei fondi librari – disseminati tra ospedali, fondazioni, università ed enti locali – genera pratiche gestionali disomogenee e non interoperabili, compromettendo l’accesso a un patrimonio di notevole interesse per la storia delle scienze umane. Si rende dunque auspicabile una strategia nazionale coordinata di mappatura e valorizzazione, che coinvolga sinergicamente bibliotecari, archivisti, storici, psichiatri, esperti in digital humanities. Sul modello delle reti archivistiche, un progetto unitario potrebbe restituire questi patrimoni alla comunità scientifica e al pubblico.
A questa frammentazione operativa si aggiunge una criticità culturale. L’analisi della Bibliografia Archivi e biblioteche d’autore redatta dall’AIB (aggiornamento 2018-2025) mette in luce uno squilibrio documentale emblematico: degli oltre trenta contributi censiti, tutti riguardano fondi letterari, filosofici o artistici, senza alcuna rappresentanza di ambiti scientifici quali psichiatria, psicologia o medicina. Nell’edizione completa del 2023 solo una voce è esplicitamente collegata alla psichiatria. Le scienze ‘dure’ risultano invece totalmente assenti. Questa sproporzione riflette un orientamento culturale – evidentemente ancora influenzato da idealismo e antiscientismo – che privilegia le discipline umanistiche come modalità conoscitiva della realtà, marginalizzando gli ambiti scientifici e contribuendo a mantenere in ombra patrimoni culturali che, per ricchezza documentaria e testimoniale, meriterebbero piena legittimazione non solo nella storia disciplinare, ma anche in quella intellettuale, culturale, sociale e politica.
Alla luce di queste sfide, le analisi qui condotte indicano la necessità di un lavoro collettivo tra istituzioni, studiosi, enti pubblici e privati. Solo un approccio cooperativo, multidisciplinare e lungimirante potrà trasformare i fondi bibliotecari personali – oggi poco valorizzati nelle loro potenzialità – in strumenti per la ricerca e voci vive della cultura, della storia e della memoria della salute mentale e della psichiatria italiana.