N.1 2026 - Scientia | Giugno 2026

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Michele Camerota. Il fantasma di Amleto. Giorgio de Santillana tra Salvemini e Mussolini

Francesco Paolo de Ceglia

Università di Bari Aldo Moro francescopaolo.deceglia@uniba.it https://orcid.org/0000-0002-8307-8780

Milano, Hoepli, 2024, p. 202. ISBN: 9788836017058

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«C’è del marcio in Danimarca». La celebre battuta shakespeariana aleggia fin dal titolo di Il fantasma di Amleto, di Michele Camerota (Hoepli, 2024), con un’efficacia quasi sinistra. Ma il “marcio” che qui affiora non riguarda un delitto da smascherare né un complotto da denunciare. È qualcosa di più elusivo: un’opacità morale, difficile da circoscrivere e ancor più da giudicare.

Al centro della scena si staglia Giorgio de Santillana, storico della scienza destinato a una vasta notorietà con il celebre e controverso Il mulino di Amleto (1969) — cui il titolo di Camerota allude esplicitamente — ma che negli anni Trenta visse intrappolato tra fascismo e antifascismo, tra Mussolini e Salvemini, senza mai assumere una posizione inequivocabile. Il risultato di questa collocazione instabile fu una presenza insieme ubiqua e sfuggente. De Santillana pubblicava elogi dell’Africa italiana firmandosi “Italicus”; intratteneva rapporti con Nicola Chiaromonte ed Emmanuel Mounier, ma anche con René Guénon e Julius Evola; collaborava a iniziative culturali del regime e, al contempo, risultava schedato dalla polizia politica. Giuseppe Prezzolini ne colse l’assurdità definendolo «uno che volesse esser tenuto per una spia, senza esserlo, ma col gusto di parerlo».

Camerota riporta alla luce questo caso sepolto attraverso un imponente scavo archivistico, che attraversa fondi italiani e americani con rigore e pazienza. Ne emerge un libro metodologicamente assai solido, che solleva una questione politicamente bruciante: che cosa significa essere intellettuali quando l’epoca impone scelte drastiche, e quando l’astensione stessa rischia di diventare una scelta?

Il cuore del volume è il conflitto tra de Santillana e Gaetano Salvemini. Da un lato il patriarca, sanguigno e inflessibile, dell’esilio antifascista, per il quale ogni compromesso equivaleva a un tradimento; dall’altro l’intellettuale persuaso che la scienza potesse e dovesse vivere al di sopra delle contingenze politiche. A rendere il dissidio ancora più lacerante, la dimensione personale: Salvemini conosceva de Santillana fin da quando quest’ultimo era ragazzino, motivo per cui la rottura assunse i tratti di una frattura quasi tra padre e figlio. Il punto di non ritorno giunse nel 1936, quando de Santillana pubblicò sull’Atlantic Monthly un articolo elogiativo delle conquiste coloniali italiane. Salvemini fiutò il pericolo, raccolse documenti, elaborò un dossier e diffuse tra i fuorusciti negli Stati Uniti una lettera di denuncia: de Santillana, sosteneva, stava oggettivamente facendo il gioco del regime. L’effetto fu concreto: mentre cercava una collocazione accademica al Massachusetts Institute of Technology, de Santillana veniva progressivamente isolato.

Il nodo interpretativo, tuttavia, non è stabilire se de Santillana fosse ’davvero’ fascista. La documentazione, semmai, mostra l’insufficienza di una simile etichetta. Il punto decisivo è la «malafede»: quella forma di autoinganno che consente di raccontarsi una storia diversa da quella che i propri atti producono nella realtà. De Santillana non pareva mentire cinicamente agli altri; piuttosto, si persuadeva di difendere la purezza e l’autonomia della scienza, mentre di fatto prestava autorevolezza alla strategia di legittimazione culturale del regime.

Questa illusione dell’autonomia scientifica era, del resto, funzionale al fascismo stesso. Negli anni Trenta, il regime aveva bisogno di accreditarsi anche sul piano internazionale della cultura, e figure scientifiche prestigiose che continuassero a dialogare con istituzioni italiane — magari rivendicando una postura ’apolitica’ — risultavano particolarmente utili. Camerota mostra bene come tale schema fosse già stato incarnato da Federigo Enriques, maestro di de Santillana: matematico ebreo e socialista, convinto che la scienza potesse restare in qualche modo incontaminata fino al trauma delle leggi razziali. De Santillana ne riproduceva il modello in una situazione ancora più ambigua: esule volontario, pur non costretto da vincoli serrati, mantenne tuttavia canali aperti con il regime, contribuendo così a normalizzarne l’immagine presso ambienti intellettuali stranieri.

Giuseppe Antonio Borgese colse con lucidità il dramma esistenziale della vicenda quando confessò di temere «di averlo spinto a una fine da Giuda senza essere ben sicuro che sia Giuda». Finire come un traditore senza aver davvero tradito: questa fu la tragedia di de Santillana. Voleva farsi mediatore e risultò mezzano; voleva preservare la scienza e finì per rafforzare, suo malgrado, la credibilità del regime; credeva nella neutralità e scoprì che, nei tempi della scelta obbligata, la neutralità diventava complicità mascherata.

La contraddittorietà del materiale emerge in ogni pagina. Camerota affida al lettore la parola finale non per reticenza, ma perché il caso stesso resiste a giudizi univoci. Le carte restituiscono comportamenti opachi, linguaggi calcolati, un rifiuto sistematico di prendere posizione; ed è, paradossalmente, proprio questa sovrabbondanza documentaria a impedire conclusioni perentorie.

Resta, tuttavia, un dettaglio finale inquietante: nel dopoguerra Salvemini e de Santillana avrebbero ristabilito i rapporti, come se nulla fosse accaduto. In una recensione apparsa su “Doppiozero”, Giuseppe Lupo ha definito questa riconciliazione un’«appendice della malafede»: se la malafede è l’arte di non riconoscersi mentre si agisce, l’oblio retrospettivo ne rappresenta forse lo sviluppo più coerente.

Il fantasma di Amleto restituisce così un caso esemplare di un’epoca in cui intere generazioni furono costrette a scegliere — o a illudersi di poter sospendere la scelta. Il ’fantasma’ è de Santillana stesso, figura irrisolta nella storia intellettuale italiana. Camerota lo interroga con scrupolo, senza assolvere né condannare, ma costringendo il lettore a fare i conti con una domanda che travalica il caso individuale: dove passa il confine tra autonomia intellettuale e irresponsabilità, tra ambiguità e complicità, quando la storia esige posizioni inequivocabili?