N.1 2023 - Scientia | Giugno 2023

Navigazione dei contenuti del fascicolo

Salamandre e lucerne: erudizione e storia naturale fra due accademie

Alessandro Ottaviani

Università degli Studi di Cagliari, alessandro.ottaviani@unica.it

Abstract

Il saggio ha per oggetto la storia naturale delle salamandre e quella delle lampade funerarie degli antichi; benché apparentemente distanti fra loro, i due temi sono stati a lungo accomunati in ragione del fatto che la virtù tradizionalmente riconosciuta alla prima di sopravvivere indenne al fuoco si intrecciava con la questione della perennità del fuoco che si supponeva essere attribuita alla materia con cui gli antichi alimentavano le lampade; nel parallelo smantellamento dei due mitologemi svolse un ruolo strategico il modo in cui fra Cinque e Seicento si venne precisando l'interazione fra sapere naturalistico e antiquario, di cui l'esperienza dell'Accademia dei Lincei fu al contempo punto di sintesi e modello efficace, specialmente per la successiva Academia Leopoldina naturae curiosorum.

English abstract

The subject of this essay is the natural history of salamanders and that of the funerary lamps of the ancients. Although apparently distant from each other, the two topics have long been linked by the fact that the virtue traditionally acknowledged for the former of surviving fire unscathed was intertwined with the question of the perpetuity of fire supposedly attributed to the material with which the ancients fed their lamps. In the parallel dismantling of the two mythologems, a crucial role was played by the way in which the interaction between the historia naturalis and antiquarian knowledge was shaped between the 16th and 17th centuries, of which the Accademia dei Lincei was both a point of synthesis and an effective model, especially for the later Academia Leopoldina naturae curiosorum.

Per scaricare l'articolo in pdf visita la sezione "Risorse" o clicca qui.

"Die Salamander bewohnen die Region des Feuers"
(Über Sylphen, Gnomen, Salamander, und Ondinen. Einige Gespräche,
Weißenfels und Leipzig, bei Friedrich Severin, 1793, p. 40).

Cum singularis humanitas tua, multis ac magnis officiis mihi perspecta et cognita, tum minime vulgaris eruditio, ita animum meum, cum apud nos degeres, ceperunt, ut nulla temporis diuturnitas aut locorum intervallum tui memoriam sint deletura. Quae res impulit me, ut dissertationem de lucernis sepulchralibus, tumultuaria opera conscriptam, milleque lituris interstinctam, ex ipsis Adversariorum schediis tibi communicarem, quod a me nullus antea potuit impetrare. [Ferrari, 1668, p. 434]

Le parole sono parte di una missiva di Ottavio Ferrari inviata all’erudito tedesco Martin Fogel. Non è datata, ma andrà collocata fra l’agosto del 1666 – occasione del rientro di Fogel nella sua città natale, Amburgo, ove la lettera figura indirizzata – e il 1668, anno di pubblicazione del volume che la include. Basterebbe invocare il comune rispecchiarsi in un ben riconoscibile habitus dedito alla eruditio, tanto vasta quanto curiosa, per giustificare la cura con cui Ferrari informa il suo corrispondente della stesura del trattato sulle lucerne, uscito poi nel 1670 come Dissertatio de veterum lucernis sepulchralibus.Ma è lecito, forse, indovinarvi più stringenti cagioni; le lucerne sepolcrali porgevano più di un motivo d'interesse per quanti coltivassero congiuntamente ricerche di antiquaria e storia naturale; certa per Ferrari, presumibile per Fogel, la lettura del De lucernis antiquorum reconditis edito nel 1652 da Fortunio Liceti, unica summa allora disponibile sulla materia e perciò punto di riferimento obbligato; ma altrettanto noto ad entrambi era che il tema delle lucerne era stato oggetto di costante attenzione in seno all’Accademia dei Lincei: era sufficiente aprire il volume licetiano che, seconda versione accresciuta di quella uscita nel 1621, documentava i numerosi apporti ricevuti da Cassiano dal Pozzo: prevalentemente sotto forma di rappresentazione iconografica, a eccezione – si direbbe – di una lucerna assai antica, riproducente un gobbo suonatore di tibie, che Cassiano dal Pozzo ha donato a Johann Rhode, e questi a Liceti. Quanto raccolto da Cassiano dal Pozzo sul tema delle lucerne dovette sfilare sotto lo sguardo attento di Fogel, che scrutinò a lungo quella ricca collezione, in vista della progettata historia del consesso cesiano, che non riuscì a completare; per Ferrari la figura di Cassiano dal Pozzo era un pezzo di memoria vissuta, avendo intrattenuti rapporti epistolari a partire dagli anni trenta. La frequentazione del lascito linceo sollecitava a misurarsi anche con una vexatissima quaestio che lo studio delle lucerne sepolcrali agitava, ovvero la presunta perennità della luce; su questo punto Liceti aveva una posizione chiara: il fenomeno della fiamma, ininterrottamente ardente, è dato per plausibile, già nel 1621 e poi ribadito nel 1652, dove si precisa la tipologia delle cause naturali, che possono generarlo, con il vantaggio di rendere provvidenzialmente superfluo il ricorso, teologicamente ingombrante e scivoloso, all’intervento delle potenze demoniache:

Sed et animalia inter flammas vivere observavit non solum Solinus asserens in Creta Carystias aves esse, quae flammas impune involant, verum etiam Aristoteles monens in Cypri fornacibus pyraustas non nisi inter ignes vivere, ne huc etiam Salamandram afferamus. Ita ergo pleraque sunt quae ignis vel diutissime ardens non absumat: herbae, lapides et metalla; quidni etiam liquor huiusmodi, vel ex iis eductis vel aliunde comparatus, inveniri valeat, qui fomes adsit semper ardenti flammae in lucerna recondita? Non est igitur ut ad potestatem daemonis confugiamus inquirentes caussam ob quam reconditae priscorum lucernae absque novi fomitis adiectione diutissime serventur ardentes. [Liceti, 1652, col. 75]

A distanza di due decadi, la Dissertatio di Ferrari restituisce un panorama del tutto mutato: banalmente, il dotto milanese alla possibilità di una fiamma perenne non crede affatto, complice la constatazione che a nessuno dei naturalia posti in elenco da Liceti si continua ad accreditare il possesso di tale virtù. Le pagine che seguono si focalizzano sulla salamandra, il candidato forse più evocativo e adatto a rappresentare il decorso in cui si è determinato lo scarto fra Liceti e Ferrari; occorrerà fare una precisazione: quando nel 1652 Liceti manifesta il proprio assenso, sta compiendo una forzatura; la generazione di Konrad Gesner e Pier Andrea Mattioli aveva dato corso al processo di decostruzione del mitologema della sopravvivenza della salamandra nel fuoco; il caso di Liceti dimostra che l’accidentato cammino che porta alla definitiva eradicazione dalla matrice del mirabile non è stato percorso fino in fondo per difettosa adeguatezza delle armi che la critica dispone; a renderle più efficaci e puntute concorrerà anche un fattore legato al regime che la dialettica fra sapere medico-naturalistico e filologico-antiquario manterrà a conclusione di una serie di avvenuti passaggi: nel versante medico-naturalistico è il richiamo al valore imprescindibile della verifica autoptica, per via del coltello anatomico o degli ingrandimenti microscopici sull’intera gamma dei fenomeni naturali; è a partire da questo discrimine che Liceti si è talvolta trovato a percorrere sentieri distanti da quelli battuti dal linceo Johann Faber e Thomas Bartholin; in quello filologico-antiquario, che va rimeditando a fondo la quaestio de nominibus, con cui il primo umanesimo aveva fecondato anche il terreno della storia naturale, altrimenti condannata a una babelica confusione, se non ancorata a una methodus capace di ripristinare, laddove dilacerato dal tempo e dai guasti tralatizi, un nesso ragionevolmente certo fra res e verba; qui torna significativo il profilo del già citato Bartholin, che ritroveremo nelle pagine successive; Bartholin, che giovane da Copenhagen muove a Padova per approfondire gli studi sotto la guida di Johann Vesling; successivamente intraprende un tour europeo che lo porta per l’Italia tutta e assorbe, da intrinseca consonanza, i succhi della eredità lincea per diretta frequentazione di Cassiano dal Pozzo; Bartholin, che in questi stessi anni si misura con temi di storia naturale, intrisi di raffinata erudizione, valendosi di una tavolozza linguistica plurima, che data per scontata la dimestichezza con il greco e il latino, si estende almeno all’ebraico e all’arabo, a sussidio di una più fondata acquisizione della dimensione lessicale ed etimologica, che resta un accessus indispensabile al rischiaramento di quelle fisiche e naturali. Di lì a breve il tratto percorso si coagulerà: esemplare in tal senso sarà la formula trinomiale philologico-historico-naturalis che sintetizza la norma a cui si attiene la curiositas posta dall’accademia leopoldina a emblema della sua attitudine.

Ma ripartiamo dal passo di Liceti. Il punto di partenza è Solino, segnatamente il punto in cui, riferite le caratteristiche del territorio di Creta, si legge: «Carystos aquas calentes habet [scil. Creta] (Ellopias vocant) et Carystias aves, quae flammas impune involant: carbasa etiam, quae inter ignes valent». Liceti nel citare questo passo non va per il sottile. Ma in verità era tutt’altro che scevro da dubbi interpretativi: Conrad Gessner aveva avanzato l’ipotesi che Solino avesse compiuto un totale fraintendimento, assegnando agli uccelli la virtù propria dell’amianto, la cui presenza a Creta era attestata da Strabone; Claude Saumaise, più benevolo, attribuiva a Solino solo di aver travisato le sue fonti, Plinio, Seneca, Eliano, che attribuivano la virtù ignifuga a insetti volanti, derivandosi la notizia da Aristotele, ovvero dal quinto libro delle Historiae animalium, che Liceti ricorda subito dopo, in cui lo Stagirita riferiva di opinioni altrui circa l’esistenza di insetti alati che si generavano nelle fornaci a Cipro. Ma il passo aristotelico ha un rilievo ulteriore poiché vi associa il caso, di gran lunga più noto, della salamandra, cui era riconosciuta la medesima virtù; e a dispetto di pareri contrari, del rango di Teofrasto, Dioscoride, Galeno, l’assenso dello Stagirita non poteva essere trascurato e finì dunque per fortificare il mitologema, che rimbalzò lungo una catena di fonti altrettanto autorevoli: Plinio, Nicandro, Olimpiodoro, sant’Agostino. La salamandra si consegna così alla tradizione medievale disperdendosi in mille rivoli, che a metà del secolo sedicesimo sono raccolti da Conrad Gessner nel capitolo dedicato all’animale nel De quadrupedibus oviparis del 1554 [Gessner, 1558, pp. 74-83]; la sintesi enciclopedica dello zurighese coincide con l’avvio del processo di erosione del mitologema, che determina uno spettro assai diversificato di confutazioni, ora parziali, come quella espressa da Giorgio Agricola, ora inappellabili come in Pier Andrea Mattioli; ma il processo innescato non ha comportato la sua eclissi totale; in forma cristallizzata resiste fuori dal perimetro della storia naturale del secondo Cinquecento, e deve godere di una sotterranea vitalità, di cui Liceti costituisce un eclatante caso di riaffioramento carsico.

Ne forniscono una riprova le pagine che il medico, tedesco e linceo, Johann Faber destina alla salamandra nel commento zoologico al Tesoro messicano; si tratta di una consistente ekphrasis, gemmata dal capitolo dedicato al Techichicotl, una varietà messicana dello stellio, che fra le specie appartenenti al genus delle lucertole era considerato contiguo alla salamandra; la digressione è, more solito di Faber, prolissa assai; il medico tedesco non ha avuto, come certamente avrebbe desiderato, occasione di eseguire osservazioni su esemplari vivi, né notomie post mortem; ragion per cui la quaestio del mitologema della sopravvivenza al fuoco, cui non dà credito alcuno, è svolta al minimo, elencando le obiezioni più autorevolmente pronunciate. Trattando della salamandra, il discorso scivola sul connesso grappolo di historiae relative agli insetti, su cui Faber inserisce una notazione ironica suggerendo che le mosche che volano incolumi sul fuoco, a cui allude anche Aristotele, siano vive tanto quanto quelle di ferro che l’antiquario francese Claude Menestrier faceva ‘volare’ attraendole con una calamita nascosta.

Ma l’attenzione per la salamandra, nella successiva fase compendiata dalla gestione del lascito linceo da parte di Cassiano dal Pozzo, rimase alta, unitamente al caso complementare del camaleonte, a cui era tradizionalmente attribuita, per converso, la capacità di vivere, cibandosi esclusivamente di aria; per il camaleonte Cassiano dal Pozzo fu impegnato in prima persona: è lui a disporre che l’esemplare in suo possesso sia osservato e poi post mortem notomizzato da Domenico Panaroli. La salamandra fu a lungo studiata da un linceo in corde, Enrico Corvino, coadiuvato dal figlio Francesco, in un’orbita dunque, in cui Cassiano dal Pozzo giocò un ruolo non marginale, confermandolo il fatto che nel serbatoio di documenti confluiti nei cosiddetti ‘cimeli lincei’ di Montpellier è incluso un resoconto delle osservazioni compiute su alcuni esemplari di salamandre allevate dai due Corvino. Da questo succinto resoconto si apprende che il 30 aprile del 1639, provenienti dalla zona del Lago Maggiore, ai due erano state recapitate tre salamandre «portate in una pignatta con un poco della terra nativa», in buone condizioni, ne segue la descrizione dei tratti esterni del corpo:

La fattezza loro è quanto la figura del Mattiolo mostra e più presto più, essendo con come la lucerta lunga e stretta, anzi corta e larga e grossa di corpo, col corpo assai schiacciato, gli occhi piccoli, ma prominenti e negrissimi, sopra ciascuno dei quali è una macchia assai apparente di giallo chiaro. Tutto l’animale ha per fondo un negro il più morato e cupo che dir si possa, tempestato non molto fittamente di dette macchie gialle et è il sudetto negro lustro in modo come se fusse una cosa artifiziata, alla quale fusse stata data la vernice. È schifo e abominevole in modo alla vista, che toltone il rospo non si può vedere animale che si renda più odioso e spiacevole.

Seguono nel resoconto alcune interessanti osservazioni circa il comportamento e la supposta vis venefica, che l’oste e il garzone dichiaravano essere creduta dagli abitanti delle loro parti, ragion per cui erano «aborrite e schivate»; a questo punto il resoconto chiama in causa una figura di certo rilievo ovvero Giovanni Trulli, di cui è riferito il parere del tutto contrario, basato su esperienze dirette, e soprattutto – il dato che qui più rileva – gli esperimenti condotti per verificare la fatidica virtù:

Fece la pruova se spegnevano il fuoco, e disse che se era fuoco non grande, dico non di gran stesa, per esempio un mezzo braccio, o un braccio di fuoco di legna ordinaria e non di carbone, e che havesse senza un poco di pelle di cenere, che quell’animale passava illeso, e anzi pareva che per dove era passato che lasciasse come al guanto mortificato il fuoco, ma se era ardente e spazio largo quello da passare, che restava l’animale arso così bene come qualsiasi altro animaletto che tentasse passarvi[Ibidem].

Ma questa vicenda presenta anche altri motivi di interesse, poiché il resoconto, nella sua brevità, fornisce ulteriori dettagli relativi al circuito che vi orbitò: da un lato ancora un linceo, Lukas Holste, di cui, subito dopo il riferimento degli esperimenti condotti da Trulli, è riportata una notazione relativa a osservazioni compiute nei colli Euganei, in cui gli esemplari di salamandra risultavano di taglia maggiore; dall’altro, l’agostiniano Giovan Battista Spada, che ricevette in dono uno dei tre esemplari, che, come riferito:

in breve tempo mancò, all’incontro per l’altri a’ quali non gli si dava cosa alcuna, solo si lasciavano in detto vaso con quella poca terra, con la bocca del vaso coperta d’un involto di carta, si mantennero benissimo. Gli si vedeva alla gola la respiratione frequente. Havendo il detto francesano volsuto ritrarne una, e quella non trovando la via a star ferma per lasciarsi ben ritrarre, con un temperinetto gli passò la testa, d’onde in cambio di sangue uscì materia bianca come latte, e poi gli si sparse per sopra tutto ‘l corpo, materia come sudore ma lattiginoso.

Le osservazioni compiute nell’orto e nella spezieria di Enrico e Francesco Corvino non oltrepassarono la soglia della redazione manoscritta; determinante fu l’intervento proprio di Thomas Bartholin, che nel corso del soggiorno romano ebbe modo di frequentare il solo figlio Francesco Corvino, essendo Enrico deceduto proprio nel 1639; a conclusione del tour, Bartholin dava alle stampe, nel 1647, il già citato De luce animalium; cadendo il discorso sullo stellio, il danese citava le Exotericae exercitationes di Giulio Cesare Scaligero [Scaliger, 1557, pp. 254-255], e scivolando sulla salamandra riferiva, assai fuggevolmente, di osservazioni effettuate a Roma: «Quod si fit, ab ignis tolerantia internoque luminosi principio stellionem dictum assererem, quod stellarum elemento luceque firmatus ignis et flammam et calorem pro alimento potius ut cognato, si vera fama, quam contrario usurpet. Falsam autem eam narrationem ipsi in salamandra Romae vidimus» [Bartholin, 1647, pp. 193-194].

Qualche anno dopo, allestendo le prime due Centuriae di Historiae anatomicae, includeva un capitolo apposito, in cui era descritto il contesto in cui quelle osservazioni erano state compiute e il dettaglio della secrezione della saliva, a spiegazione della resistenza, seppur temporalmente contenuta, alle fiamme:

Salamandram vivam Romae alebat Fr. Corvinus, amicus meus, nigro colore, maculis flavis, stellionis instar, distinctam, quae moram duarum horarum in igne perferebat, sed non ita vehemente. Singulari autem artificio, natura dictante, ignis calorem elusit. Evomuit enim guttam liquoris, qua ignis fervorem temperabat. Alias velut canis ad Nilum, fugiendo ignis flammam humido corpore transeunt. Novem hic mensibus in vitro sine cibo vixit, terra tamen cum qua advenerat, alimento loco utebatur. Ex hac humidum omne exfugebat, qua exsiccata, sequenti hebdomade eundem liquorem reiecit, iteratis vicibus et fuxit et evomuit. Demum in aliam terram coeli nostri imposita, cito mortua est.

La stazione successiva del dibattito dovrà necessariamente indugiare sull’anno 1662 quando esce a Lipsia, tipico prodotto dell’università germanica, una Dissertatio historico-physica de quaes(tione) an animalia in igne generentur, vel vivant, et in specie de pyrausta et salamandra; il respondens, tal Valentin Schmidt, non ci è altrimenti noto; diversa la situazione per il praeses, Benedikt Hopffer: nato ad Altdorf il 23 settembre del 1643, diviene magister a Lipsia il 30 gennaio del 1662, per poi muovere alla volta di Tubinga, dove è nominato professore nel 1672 e, infine, rettore nel 1683, carica che mantiene solo per un anno a causa del decesso; la dissertazione, pari a quaranta pagine, dense e fitte, può essere ragionevolmente indicata come ricapitolativa di questa lunga vicenda [Hopffer, 1662].

La disamina sia per il caso della pyrausta sia per quello della salamandra esordisce affrontando la quaestio etymologica; quella concernente la salamandra non è priva di interesse. Hopffer (e Schmidt) aprono la dissertazione, secondo antico costume umanistico, dalla quaestio de nominibus: nella premessa che l’etimologia debba esprimere il legame, che si presuppone ‘organico’, fra la voce e la natura della res, Hopffer (e Schmidt) affrontano la questione filtrando il bacino di raccolta compito da Matthias Martini e Gerhard Johann Voss; e, sintomaticamente, le opzioni trascelte sono quelle che esprimono i due aspetti principali della salamandra: quella umida e fredda, a cui corrisponde un’etimologia legata allo spazio linguistico greco-latino, in cui il greco Σαλαμάνδρα, di cui deriverebbe dalla combinazione di σάλος e μάνδρα: «Derivationem hanc non ineptam esse, ex inde coniicias quod animal hoc loca humida et frigida incolit, et in cavernis iuxta amnes vivit, praecipue vero tempore pluvio apparet, hinc Plinius eam non nisi magnis imbribus provenire et serenitate deficere, ait. Quod et aliorum testimoniis Gesnerus probat». Quella relativa alla resistenza al fuoco, a cui corrisponde più di una opzione di derivazione: da un canto la possibilità desumerla da ‘valincendra’, crasi di «contra incendia valeat» di isidoriana matrice, che è punto di partenza anche per l’altra opzione complementare suggerita da Martini, il quale, nel presupporre che l’origine del termine non sia affatto greca, prospetta un’origine araba o ebraica, mediata per via spagnola «Aliam aeque lepidam etymologiam refert Martinius ex Catholico, quod Salamandra sic dicatur quasi sola amans πῦρ. Dubitat etiam Martinius an Hispalensis ad Arabicum etymon respexerit, quod derivari posset Salamandra ex Arab. צלעustio, מנעprohibuit, et דררtunica seu thorax, quasi ignem (crassa) pelle prohibens».

Un altro tentativo di risalire dal latino, passando per il greco, all’arabo e all’ebraico, era stato azzardato da Conrad Gesner, incontrando però la severa censura di Martini:

Gesnerus etiam ab Arabibus salamandrae nomen trahit. Ait: “Lacertum Arabes samabras vocant vel ut Bellunensis apud Avicennam legit, saambras vocant. Unde salamandrae Graecis Latinisque deductum vocabulum facile coniicio. Accedit nonnihil etiam Hebraica vox semamit, quae stellionem significat”. Sed vox samabras longius abest. Sunt autem eae duae voces: puta סאם(quod est LXX σαῦρα, Hebr. חמטLevit. 11.30) forte ex סוםmalum inferre, et אברץיleprosus. Ergo quasi lacerta leprosa seu vitiliginosa.

A rendere così incerto il quadro stava che l’ebraico non forniva appigli terminologici univoci; Martini faceva riferimento al noto passo del capitolo undicesimo di Levitico, in cui a Mosé ed Aronne è consegnato verbalmente dalla divinità l’elenco degli animali commestibili e vietati; fra questi ultimi vi sono quelli che strisciano sulla terra, la talpa, il topo, tutte le specie di rettili e, così Lev. 11, 30:ְהָאֲנָקָ֥ה וְהַכֹּ֖חַ וְהַלְּטָאָ֑ה וְהַחֹ֖מֶט וְהַתִּנְשָֽׁמֶת׃; in LXX la sequenza era così resa: μύγαλη καὶ χαμαελέων καὶ χαλαβώτης καὶ σαῦρα καὶ ἀσπάλαξ, da cui la Vetus: «mygale et chamaeleon et chalabotes et lacerta et talpa», mentre la Vulgata geroliminiana «mygale et chamaeleon et stellio et lacerta et talpa»; da quest’ultima, dunque, fatta salva la coppia חֹמֶט(homeṭ)/σαῦρα, cui faceva riferimento Martini, invariabilmente riportata a lacerta, si istituiva l’identificazione di לְטָאָה(leṭā’āh) con stellio, che era ipotesi non di rado accolta; ma non da Samuel Bochart, che giusto nel 1663, comunque fuori la portata di Hopffer, pensava a sparigliare ulteriormente le carte, identificando אֲנָקָה(’anāqāh) con lo stellio e non con il consueto mygale, ovvero il mus araneus.

In ultima analisi, la ratio etimologica, sottraendosi a una legittimazione del mitologema della resistenza al fuoco, si rivelava ex post esatta, confermando le attese di chi – e fra questi di certo lo stesso Hopffer – vi si immergeva, certo dell’esistenza di un legame ‘originario’ fra etymon e natura; ed in questo caso il rispecchiamento riusciva tanto più eclatante visto che i contorni dell’immagine corretta si erano rivelati solo al termine di una faticosa eliminazione delle persistenti scorie della fabula antica; era il tragitto che Hopffer seguiva nella seguente pars philosophica mettendo in fila tutte le varianti verso cui la storia pregressa aveva di volta in volta inclinato; Hopffer mostra chiaramente di aderire alla tesi della negazione della virtù, ritenendo in ultimo che, ammesso il caso estremo del diamante, la cui textura è così compatta da riuscire impenetrabile al fuoco, purtuttavia ciò non può estendersi alle res animatae, nelle quali, come provato dai Physici, l’officio della transpiratio necessita di pori adeguati: «Et esto, animalia quaedam habere cutem tenacissime compactam, adhuc tamen per organa sensoria igni patebit aditus ad interiora». Curiosamente, non sembra essergli nota la Centuria di Bartholin, in cui erano riportate le osservazioni compiute assieme a Francesco Corvino, che si è visto erano giunte a stampa in tempo più che utile per poterle avere presenti; quanto alla raccolta di esemplari che quest’ultimo custodiva nella casa sita in via della Lungara, si sa che avrebbe fornito, ancora a lungo, occasione per reiterare quel tipo di riscontri ‘sperimentali’, a presenziare i quali Corvino si procurava, quando possibile, testimoni eccellenti; ne abbiamo notizia di due documentati: il primo è il danese Niccolò Stenone, che, a stretto giro dell’esperimento ivi osservato, inviò un sintetico report alla Royal Society, che poi ne diramò la conoscenza, ospitandolo nelle «Philosphical Transactions»; a distanza di un decennio, ne fu spettatore anche Jacques Spon, il quale nel diario di viaggio traccia un vivace bozzetto dello spettacolo che Corvino inscenava a vantaggio dei curiosi astanti:

Le Chevalier Corvino, à la Lungara, a été curieux de dessigner les differens insectes qui naissent de chaque plante. Il a outre cela quelques autres curiositez, comme des urnes, des lacrymatoires et des plantes. Il nous fit voir une Salamandre qu’il a gardée long-tems en vie, et qui est une espece de petit lezard. Il nous dit qu’il a plusieurs fois fait l’experience de ce qu’on dit qu’elle ne craint point le feu, et qu’elle se nourrit dans les flâmes, et que la verité est que lorsq’il mettoit cét animal dans le feu, il jettoit autour de luy une bave qui l’éteint et qui l’empêche de se bruler, pourvû qu’on ne l’y laisse pas trop long-tems, car le feu consumant à la fin cette bave, et n’en pouvant plus jetter, il auroit été brûlé come un autre animal.

Insomma, nonostante Liceti, il caso della salamandra andava verso la dismissione: inconfutabilmente definitiva per quanto concerne quella virtù, su cui si era poggiato il pregresso collegamento alla parallela quaestio del fuoco perenne delle lucerne; e perciò il lettore invano cercherebbe riferimenti nel trattato di Ferrari così come in quello di Christian Hoffmann [Hoffmann, 1671]. Aperta invece la determinazione del margine di tolleranza al fuoco, che si protrasse nel confronto di stime disomogenee non concludenti: ne è indice il commento lapidario «de salamandra quae proferuntur nil concludunt» [Garmann, 1670, p. 78] che, espresso da Christian Friedrich Garmann nel De miraculis mortuotum nel 1670, tornava inalterato nella seconda e triplicata edizione del 1709 [Garmann, 1709, p. 229], a dispetto del fatto che il collega e leopoldino Johann Paul Wurfbain nel 1683 avesse ripreso in mano integralmente la questione, ritenendola degna di una vera e propria trattazione monografica, ovvero di una Salamandrologia.

Beninteso, quella di Garmann non è una parabola privata; a leggere il trattato di Ferrari, non si può fare a meno di notare, a prescindere dalla questione della salamandra, su cui il nostro recepiva una communis opinio, la perentorietà con cui è negato domicilio a qualunque ipotesi sulla perennità delle fiamma, poggiante sulla medesima virtù attribuita però a specie del mondo minerale; primo fra tutto l’amianto, attorno al quale si ipotizzava che gli antichi fossero stati capaci di estrarre un olio che, mescolato alla materia bituminosa, fornisse il fomite atto a preservare la fiamma nel lucignolo; Ferrari lo nega decisamente; e non è il solo a esprimersi con toni così netti; eppure, si noterà qui di volata, giacché apre a tutt’altro capitolo di questa vicenda, la questione rimarrà sospesa e dibattuta ancora per diversi decenni, avvicendandosi le ipotesi.

L’amianto era stato parimenti un tema linceo; e di lì transita, annoverato nello spettro delle cruces, con cui ricorrentemente misurarsi, nelle accademie inglese e germanica leopoldina [Tiling, 1683] [Plot, 1685]; un trapasso che, lo si è già rilevato, nella seconda è parte di una continuità di habitus che risuona anche nella dissertatio di Hopffer, che pure non risulta essere stato direttamente coinvolto nella vita del consesso leopoldino; ma fu interessato alla vicenda lincea, anche sull’onda del progetto di Fogel, di cui sapeva e attendeva il compimento: ne è segno una lettera risalente al 5 maggio del 1674. Come non inconsueto, la natura della richiesta del suo interlocutore era stata tale da trasformare la missiva in un vero e proprio trattatello, intitolato De Eruditis viris in inferiori Sax.(onia), Dania et Svecia. Hopffer qui Fogel: «Iisdem Musis insigniter litat Clariss. Medicus et Reipubl. Hamburgensis physicus, Mart. Fogelius, qui post alias regiones Italiam potissimum haud obiter perlustravit, virorumque hinc inde celeberrimorum amiciatias sibi comparavit; publice meditatur Historiam Lynceorum (nosti, credo, decantatam illam Romae societatem) atque alia non de trivio petita».L’identità del corrispondente rimane celata, per cui è impossibile stabilire quanto Hopffer avesse ragione nel presupporre una tale conoscenza; il progetto fogeliano naufragava, ma non il senso di quel legame, quando nel 1681 Hopffer presiedeva a Tubinga ad una dissertazione sul camaleonte [Hopffer, 1681].