Sericoltura coloniale fascista. La missione bacologica nelle isole italiane dell’Egeo
CREA-AA Padova Laboratorio di Gelsobachicoltura barbara.digennaro2@unibo.it https://orcid.org/0000-0002-9379-3788
Received 23/01/2026 | Accepted 10/04/2026 | Published 22/06/2026
Abstract
L’articolo ricostruisce la storia della missione bacologica istituita a Rodi negli anni Venti, collocandola all’incrocio tra politica coloniale italiana, storia della scienza e progetto fascista di modernizzazione. Attraverso l’analisi delle attività della Regia Stazione Bacologica di Padova e del ruolo del direttore, Luciano Pigorini, il saggio indaga se e in che misura la gelsibachicoltura coloniale possa essere interpretata come ‘scienza fascista’. La missione di Rodi emerge come un esperimento tecnico-scientifico limitato ma significativo, inserito nello sforzo di costruzione di infrastrutture scientifiche nell’Egeo e volto a rilanciare un settore serico in crisi. Nonostante alcuni risultati sperimentali e una relativa adesione della popolazione locale, l’iniziativa ebbe un impatto economico effimero, condizionato dalla crisi del 1929 e dall’indifferenza degli imprenditori italiani. Il caso rodiota rivela così i limiti del progetto fascista di modernizzazione scientifica e coloniale, mostrando continuità con pratiche precedenti e una distanza tra retorica politica e capacità di intervento concreto.
[Immagine di copertina: Il console egiziano visita lo stabilimento diretto da Stanislao Lucchesi a Rodi nel 1929. Archivio Lucheschi]
English abstract
The article traces the history of the sericulture mission established in Rhodes in the 1920s, situating it at the intersection of Italian colonial policy, the history of science, and the Fascist project of modernization. Through an analysis of the activities of the Royal Sericulture Station of Padua and the role of its director, Luciano Pigorini, the essay examines whether and to what extent colonial mulberry cultivation and sericulture can be interpreted as ‘Fascist science’. The Rhodes mission emerges as a limited but significant techno-scientific experiment, embedded within the broader effort to build scientific infrastructure in the Aegean Sea and aimed at reviving a silk industry in crisis. Despite some experimental results and a degree of engagement from the local population, the initiative had an ephemeral economic impact, since the sericulture mission was constrained by the 1929 crisis and the indifference of Italian entrepreneurs. The Rhodian case thus reveals the limits of the Fascist project of scientific and colonial modernization, exposing continuities with earlier practices and a gap between political rhetoric and the capacity for concrete intervention.
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Introduzione
Nel 1926 Seterie d’Italia, la neonata rivista della Federazione della seta rivolta a tutti gli operatori del settore, pubblicò un dossier illustrato sulle «condizioni della sericultura» a Rodi e Coo, allora possedimenti italiani. Per invogliare i lettori a considerare le possibilità offerte dalle isole Egee, Luciano Pigorini (1882-1967), direttore della Regia Stazione Bacologica Sperimentale di Padova, riportava i risultati di una esplorazione sul campo svolta l’anno precedente, dichiarando che le isole mostravano eccellenti potenzialità per produrre seta in quantità e qualità, sia per l’ambiente naturale sia per la disposizione degli abitanti [Maggiolo, 1983, p. 248]. Il saggio presentava informazioni dettagliate su alberi, venti, temperature e alcune note antropologiche sulla popolazione locale, potenziale manodopera. Quello stesso anno, con il sostegno economico dell’amministrazione coloniale e quello tecnico della stazione sperimentale di Padova era stata creata a Rodi la missione bacologica. La risposta degli imprenditori fu inferiore alle aspettative e Pigorini sperava forse di rendere i suoi argomenti più pregnanti con un accenno alla continuità della presenza italiana nelle isole e nel Mediterraneo: «Se taluno dei colleghi bacologi … fosse stato con me nel viaggio, avesse percorso quel mare, fosse passato lungo le coste di Grecia e Turchia tuttora vive dei ricordi della potenza commerciale e politica di Venezia […] avrebbe accolto con maggiore entusiasmo le proposte di collaborazione» [Pigorini, Teodoro, 1926, p. 3].
Questo articolo ricostruisce la storia della missione bacologica di Rodi, il cui arco cronologico si inserisce quasi completamente nel ventennio fascista. Tale coincidenza temporale ci interroga sul significato della missione sia nel contesto della storia della scienza in periodo fascista sia della nostra storia coloniale. Gelsibachicoltura è il termine più corretto per indicare la disciplina che si occupa del miglioramento della produzione sericola, unendo entomologia, agronomia e tecniche di allevamento. Fascismo e colonialismo plasmarono la gelsibachicoltura a Rodi? La gelsibachicoltura adottò i valori del fascismo? E, eventualmente, in che modo la gelsibachicoltura lasciò la propria impronta sul colonialismo e sul fascismo italiani?
Queste domande si inseriscono nella linea di ricerca avanzata da Tiago Saraiva e Norton M. Wise che hanno proposto di investigare il ruolo della scienza nella costruzione dei fascismi europei. I contributi da loro raccolti si concentrano sulle produzioni agricole legate all’autarchia, mostrando che gli scienziati che le svilupparono contribuirono materialmente alla costruzione degli stati fascisti e come questi processi partirono anche dal basso [Saraiva, Wise, 2010]. In questa traiettoria si pone anche Angelo Caglioti, che nell’investigare la meteorologia usa il concetto di «scienza fascista» per cogliere l’intreccio tra scienza, società e fascismo e per verificare nel concreto se l’immagine modernizzatrice che il fascismo proponeva di sé corrispose a realtà. Lo studio mostra la frammentazione dei servizi meteorologici negli anni in questione, e dunque l’incapacità del regime di dirigere e rafforzare una disciplina la cui rilevanza internazionale nel frattempo aumentava. Nel caso della meteorologia, per Caglioti, gli scienziati adottarono «regole comportamentali, prassi e valori stabiliti dalla competizione per guadagnarsi l’attenzione del regime» e furono le dinamiche assunte dalla comunità scientifica, piuttosto che il contenuto prettamente scientifico del lavoro degli studiosi, a fare della meteorologia una «scienza fascista» [Caglioti, 2021, p. 163-164, 186]. Su un binario di ricerca adiacente, Pamela Ballinger interpreta la creazione di istituti di ricerca scientifici nell’Egeo come parte dell’azione italiana tesa a fare del Mediterraneo un mare nostrum. Ballinger attinge al concetto di «impero infrastrutturale» di Michael Mann, ossia alla capacità di penetrazione dei governi nelle società, colonizzate e non, attraverso le infrastrutture, capacità che è particolarmente sviluppata nelle società industriali [Mann, 1984] [Ballinger, 2024, p. 79].
Esplorare la gelsibachicoltura, un campo che non rivestì direttamente un valore per il regime, come per esempio furono l’agronomia o l’eugenetica, e andare al di là di fatti pur significativi come l’adesione al fascismo dei singoli scienziati, permette di valutare il successo e i limiti del progetto di modernizzazione del regime, un aspetto su cui la retorica e la propaganda insistettero come elemento costitutivo del progetto politico-sociale fascista, e anche la capacità del regime di entrare in profondità nelle società colonizzate [Caglioti, 2021, p. 164-165].
Questo saggio sostiene che la missione bacologica a Rodi rappresentò un tentativo limitato ma riuscito di fare sperimentazione sui bachi da seta e che la missione bacologica fece inoltre parte dello sforzo di costruzione di infrastrutture scientifiche nell’Egeo. Il respiro economico di questa esperienza fu però cortissimo, per la congiuntura in cui si trovò ad operare, ossia il periodo che precedette e fu a cavallo della crisi del 1929, e per l’indifferenza degli imprenditori italiani. Durante il fascismo la ricerca scientifica nel campo della gelsibachicoltura venne abbandonata, così come tutto il settore serico fu lasciato nella stessa confusione in cui già si trovava prima della Prima guerra mondiale. Nella sua azione per favorire il settore sericolo, Luciano Pigorini cercò di risvegliare l’attenzione del regime, aderendo ai suoi principi, obiettivi e linguaggio, e avrebbe anche desiderato collaborare alla costruzione del nuovo stato. Ma non riuscì; il caso della missione di Rodi dimostra che qualche risultato fu possibile solo laddove la sua visione si incontrò con quella di alcuni apparati del regime, nella fattispecie con l’amministrazione coloniale dell’Egeo. Nelle intenzioni la gelsibachicoltura fu «scienza fascista», anzi avrebbe voluto esserlo anche di più, ma ciò non avvenne per la limitatezza del progetto fascista, che nel caso della bachicoltura, si pose in continuità con i governi precedenti di fronte a un settore frammentato, incapace di sviluppare forme di azione collettiva [Federico, 1995].
La missione bacologica incise sull’ambiente e sul quotidiano della popolazione dell’Egeo, entrando nelle case e mutando pratiche secolari per diffondere tecniche ‘moderne’. Alcuni caratteri della gelsibachicoltura così come veniva intesa dalla stazione di Padova, come per esempio la necessità di avere una manodopera capace e ben disposta, portarono gli addetti della missione bacologica a cercare l’incontro piuttosto che lo scontro con i locali, anche se il comportamento degli italiani non fu gratuito perché indirizzato al profitto. I locali furono ricettivi rispetto alla proposta di modernizzazione e adattarono le proprie pratiche di allevamento. Nei rapporti con la popolazione locale la missione bacologica si pose, per quello che emerge dalle fonti rilevate, in continuità con il metodo generalmente riconosciuto al governatore Mario Lago (1878-1950), governatore del possedimento dal 1922 al 1936, cioè di usare la persuasione piuttosto che la coercizione [Pignataro, 2013] [Visone, 2004]. Nello specifico delle attività che coinvolsero la popolazione rurale, però, l’amministrazione Lago fu anche lesiva e in questo senso la sericoltura agì diversamente [Espinoza, 2022, p. 40-41] [Pignataro, 2013, p. 242-249] [Doumanis, 2003, p. 209]. Lago lasciò un ricordo ambiguo nella memoria condivisa degli abitanti delle isole Egee, che subendo tre dominazioni in pochi anni (italiana, tedesca e inglese) ebbero modo di confrontarle. La sua amministrazione è infatti ricordata come «italiana» piuttosto che come «fascista», a differenza di quella del suo successore Cesare De Vecchi [Doumanis, 2003, p. 122] [McGuire, 2020, p. 198-204] [Santarelli, 1991].
Interessi convergenti: seta e possedimenti dell’Egeo
La fondazione della stazione bacologica di Rodi fu possibile per l’incontro di interessi convergenti: da un lato, la stazione bacologica di Padova, responsabile dello sviluppo del settore sericolo in dipendenza dal Ministero dell’Agricoltura, spingeva per incrementare la produzione sericola italiana in un periodo di grande espansione della domanda globale. Dall’altro lato, l’amministrazione dei possedimenti italiani dell’Egeo puntava a sviluppare le potenzialità economiche dell’arcipelago, o almeno delle isole maggiori, e attraverso investimenti, anche generosi, a creare infrastrutture che avrebbero contribuito all’assimilazione della popolazione locale.
Rilanciare la seta
La stazione di Padova cominciò a raccogliere informazioni sulla sericultura nell’Egeo nel 1924, appoggiandosi alla rete di contatti personali di Pigorini. Da Creta l’archeologo Federico Halberr (1857-1930), collega di Luigi Pigorini (1842-1925) padre di Luciano, rispose volentieri alla richiesta riferendo che «la bachicoltura in Creta è in condizioni preistoriche». Si produceva poca seta, le colture fatte dai contadini andavano per lo più a male: «Si immagini che i bachi vengono tenuti nella porcheria, non si sa bene cambiare il letto, i graticci sono di canne, [… e] gli interstizi stessi vengono riempiti di un impasto di sterco di bove». Per lo più si tenevano i bachi per autoconsumo, per fare «una fascia per il capo di casa o una sciarpa da sposa». L’archeologo aggiungeva alcuni contatti per chiedere informazioni riguardo a Cipro e Rodi [CPLG, b. 33 18/2/1924 Federico Halbherr a Enrico Verson]. Il giudizio di Halberr ben rappresenta il pensiero degli Italiani dell’epoca sulle condizioni della sericoltura nell’Egeo.
L’interesse di Luciano Pigorini per l’Egeo si inseriva fra i suoi tentativi di rinvigorire l’industria serica italiana per riportarla ai fasti del passato. Gloriosa tradizione nazionale, la seta era stata la prima voce dell’esportazione per lungo tempo, arrivando a rappresentare oltre il 27% dell’export nazionale fra il 1891 e il 1904, e il 30% dell’export mondiale di seta, cascami e tessuti [Federico, 1994, p. 439] [Federico et al., 2011, p. 25]. Nella seconda metà dell’Ottocento, a seguito di una grave epizoozia, gli studi scientifici sui bachi accelerarono fortemente. La stazione bacologica di Padova — di cui Pigorini fu il secondo direttore dopo Enrico Verson (1845-1927) — nacque per intervento statale nel 1872, proprio per occuparsi della prevenzione delle malattie del baco da seta, dello studio scientifico dei bachi e dei gelsi e della diffusione delle tecniche «razionali» di gelsibachicoltura [Vianello, 2004].
Inizialmente gli italiani avevano mantenuto una posizione di eccellenza negli studi di bacologia e difeso la propria posizione sul mercato internazionale, in forte espansione fino agli anni Trenta. Intorno al 1900, i Giapponesi, imitando il sistema italiano, avevano però superato l’Italia e la Cina divenendo i primi esportatori mondiali di seta. Questo successo si attribuisce principalmente ai massicci interventi statali, alla capillare riorganizzazione del settore, e alle innovazioni tecno-scientifiche. Tali furono i successi che gli storici sono concordi nel collegare la seta alla modernizzazione del Giappone e al suo emergere sulla scena mondiale [Federico, 1994, p. 165-167]; [Onaga, 2012] [Onaga, di prossima uscita]. In Italia invece, tra il 1906 e il 1908, si registrò il primo calo delle esportazioni rispetto ai competitori. Negli anni Venti le esportazioni italiane di seta greggia e filata ripresero ad aumentare, pur senza mai raggiungere i livelli precedenti [Federico, 1994, p. 55-56, 149]. In particolare, la quota della seta italiana sulla produzione mondiale scese al 12,6%, mentre negli stessi anni le esportazioni giapponesi aumentarono di nove volte [Federico, 1994, p. 55-56, 439]. Preoccupati, gli industriali italiani del settore richiesero più volte a gran voce interventi statali, ma con scarsi risultati [Federico, 1994, p. 281-282]. Anzi l’effimera ripresa delle esportazioni degli anni Venti confermò chi pensava che si sarebbe potuti tornare al modello tradizionale senza sussidi statali.
Iscritto al partito fascista dal 1922, Luciano Pigorini nutrì inizialmente grandi speranze per ciò che il neonato regime avrebbe potuto fare per la seta. Nel 1927 auspicava una «battaglia della seta» e vedeva nella recente fondazione dell’Ente Nazionale Serico un «poderoso organismo» e la soluzione degli egoismi e della ristrettezza di vedute che affliggevano il settore. Secondo Pigorini gli istituti sperimentali, che versavano in decadenza, rappresentavano la «base indiscutibile di ogni progresso» [Pigorini, 1931a, p. 658, 663]. Sempre nel 1927, Pigorini scrisse a Gianluca Tondani, presidente della Federazione Serica Italiana, la federazione fascista che raccoglieva industriali, tecnici, associazioni di lavoratori con sede a Milano. Vi era assoluta necessità, secondo Pigorini, di fare esperimenti su diverse razze di bachi in condizioni ambientali diverse. In effetti, i bachi da seta, addomesticati da oltre settemila anni e scomparsi da secoli in natura, sono estremamente sensibili alle variazioni ambientali. Pigorini riteneva che il principale modo per risollevare l’industria della seta italiana fosse investire nella ricerca, creando stazioni sperimentali in luoghi diversi, da affiancare a quelle di Padova e Ascoli Piceno, quest’ultima attiva dal 1920 [Vannicola, 2004]. Si trattava di creare un’organizzazione come quella «che tanto potentemente ha contribuito all’incremento dell’industria serica in quel paese [Giappone]» [CPLG, b. 33, 29/3/1927 Luciano Pigorini a Gian Luca Tondani]. In Italia, invece, il Ministero aveva trascurato la fittissima rete di osservatori bacologici, sorta a partire dagli anni Ottanta, senza trasformarla in una infrastruttura di ricerca e sostegno alla produzione. Infatti, privi di sostegno pubblico, alcuni osservatori chiusero i battenti, mente altri entrarono in competizione con i produttori e finirono per confondersi con le aziende private del settore già all’inizio del Novecento [Vianello, 2004, p. 73-82]. Pigorini aveva individuato Rodi, Altopascio (Lucca) e Quinto Valpantena (Verona) per le nuove stazioni sperimentali, ma solo la prima vide effettivamente la luce. Fra le prerogative positive di Rodi, Pigorini includeva l’assenza di un governo parlamentare: «a Rodi—sia lode al Cielo—non esiste un Governo parlamentare e coloro che reggono il Paese sono pieni di ardore e amore per l’opera loro affidata» [Pigorini, Teodoro, 1926, p. 17].
Dopo la crisi del 1929, che portò al crollo mondiale del prezzo della seta, la visione di Pigorini mutò. Il direttore continuò a intervenire su vari quotidiani per raccogliere consensi, ma il suo sguardo si fece meno fiducioso e laddove prima traspariva entusiasmo, ora emergeva rassegnazione.
Nel 1930, in un articolo sul Popolo d’Italia, ricordò ai lettori che la complessa filiera della seta era ripartita fra nove istituzioni diverse, una frammentazione che rendeva inefficace qualsiasi iniziativa. Auspicava un’unica regia per tutto il settore: «bisogna ridar vita ad un unico coordinatore di tutte le attività seriche italiane. Io non dico a chi. Non mi interessa» [Pigorini, 1931b, p. 775].
Nel 1931, spiegava sul Messaggero il senso di avere stazioni sperimentali in luoghi diversi ed esprimeva delusione per non aver trovato appoggi: «Questa contrarietà io non la capisco» [Pigorini, 1934a, p. 323]. In «Fascismo e scienza della vita», un confuso articolo pubblicato su Vie Fasciste nel 1933, Pigorini lamentava la decadenza della biologia italiana attribuendola a non meglio identificate «interferenze di correnti dominanti di pensiero politico» [Pigorini, 1934b, p. 326].
In merito al declino sericolo italiano l’interpretazione di Pigorini e quella dello storico Giovanni Federico, il cui studio rimane un fondamentale punto di riferimento, presentano diversi punti di contatto. Federico attribuisce la perdita di competitività italiana sui mercati internazionali a diversi fattori, sia organizzativi, sia di atteggiamento, sia di altro genere. Il regime non contrastò la frammentazione del settore, anzi l’aumentò: la riorganizzazione avviata con la creazione dell’Ente Nazionale Serico nel 1926, che avrebbe dovuto produrre e distribuire ceppi selezionati di seme-bachi per una produzione più sicura e omogenea, fallì. Le aziende italiane continuarono a vendere seme prodotto con ceppi tradizionali e l’Ente non ebbe l’autorità e i fondi per intervenire efficacemente. Per Pigorini, le «rivalità personali» fra produttori erano alla base della frammentarietà e dell’incapacità di agire in comune [CPLG, b. 69, 1/8/1932 Luciano Pigorini a Camillo Acqua] e rimasero a lungo caratteristiche del settore serico. Nel 1928, l’Associazione serica fece un ulteriore tentativo presentando le sue richieste al Ministero dell’economia nazionale [Federico, 1994, p. 283]. Inoltre, lo scetticismo generale nei confronti delle innovazioni tecnologiche ne ritardò l’adozione; anche quando risultò chiaro che la seta giapponese era maggiormente apprezzata sul mercato statunitense si continuò a ritenere che quella italiana fosse di qualità migliore, senza prendere atto che la regolarità del diametro del filo era divenuta fondamentale [Federico, 1994, p. 174]. Infine, non si diffuse la pratica del doppio raccolto annuale (comune in Asia), soprattutto perché le condizioni in Italia non permettevano la doppia sfrondatura estiva dei gelsi [Federico, 1994, p. 140].
Modernizzare l’Egeo
I primi sopralluoghi e l’istituzione della missione bacologica a Rodi coincisero con la fine del periodo cosiddetto «temporaneo» dell’occupazione italiana dell’Egeo. Nel 1912 la marina italiana aveva occupato l’arcipelago del Dodecaneso — parte dell’Impero ottomano dal 1521 — con l’obiettivo di rafforzare la propria presenza in Libia e indebolire ulteriormente l’Impero ottomano [Labanca, 2002, p. 179]. Inizialmente, e per breve tempo, alcuni abitanti dell’arcipelago poterono perfino accogliere gli invasori come «liberatori» [Doumanis, 2003, p. 52] [Doumanis, 2025, p. 143–144]. A causa dell’opposizione di Francia e Gran Bretagna, la presenza italiana nell’Egeo assunse la forma di un’occupazione temporanea: appalti di riscossione delle imposte, ordine pubblico, poche opere pubbliche e repressione delle aspirazioni indipendentiste greche. Questo periodo coincise con il declino economico delle isole dovuto anche alla Prima guerra mondiale. La repressione delle crescenti aspirazioni greche dopo la fine della guerra fu particolarmente violenta.
Con il trattato internazionale di Losanna del 1924 l’arcipelago divenne il «possedimento delle isole Italiane dell’Egeo» e la presenza italiana si fece più stabile. Il trattato di Losanna e la nuova forma dello Stato italiano, dal 1922 Stato fascista, cambiarono il carattere della dominazione italiana. Il Dodecaneso doveva ora diventare una vetrina per mostrare che l’Italia non era una potenza imperiale «stracciona», come Lenin l’aveva definita, ma una nazione moderna, al tempo stesso civilizzata e capace di portare avanti una missione civilizzatrice [Doumanis, 2003, p. 66-72]. In effetti, seguirono investimenti consistenti di cui non si raccolsero mai i frutti [Labanca, 2002, p. 182].
Mario Lago è noto soprattutto per il suo approccio moderato, gli interventi nel campo dell’edilizia pubblica, della promozione turistica, e della valorizzazione culturale dell’arcipelago [Colonas, 2002] [Maglio, 2014] [Orlandi, 2018] [Santi, 2018]. Diplomatico di carriera, Lago era persuaso che l’Anatolia sarebbe potuta divenire una semi-colonia italiana, a cominciare da Rodi. Nei confronti della popolazione greca, il governatore prevedeva un processo di assimilazione all’Italia, ma a differenza del suo successore, Cesare De Vecchi (1884-1959), perseguì tale obiettivo con maggiore prudenza [Pignataro, 2013] [Doumanis, 2003, p. 113] [Ballinger, 2024, p. 80]. Alcune riforme introdotte da Lago, come l’ora alla settimana di italiano obbligatoria nelle scuole, furono vissute dai locali come cambiamenti positivi, e soltanto in seguito ne fu compreso il significato come programma di assimilazione culturale [Doumanis, 2003, p. 113]. Secondo lo studio condotto da Nicolas Doumanis, furono soprattutto le classi popolari — consapevoli della propria «arretratezza» rispetto al resto del mondo occidentale — a mantenere un atteggiamento ambiguo nei confronti della dominazione italiana (per esempio scindendo fra «fascisti» e «italiani») che venne apprezzata per molti aspetti come foriera di innovazione [Doumanis, 2003, p. 24, 122].
Meno studiate dei progetti edilizi, turistici e culturali sono le politiche agricole e ambientali dell’amministrazione Lago, e manca ancora un’interpretazione di sintesi delle attività italiane in questi campi e delle loro conseguenze sulla popolazione locale, anche in prospettiva contemporanea. L’agricoltura di sussistenza praticata tradizionalmente nell’Egeo risultava antiquata agli occhi italiani: si lavorava con aratri di legno, semine disordinate e senza concimi chimici. Tuttavia, l’obiettivo di «modernizzare» l’agricoltura locale fu volto più a favorire l’arrivo di imprese dall’Italia e a sostenere la colonizzazione agricola italiana, fra i principali obiettivi del governo coloniale, piuttosto che a migliorare le condizioni degli abitanti dell’arcipelago.Il territorio, ritenuto mal gestito dall’amministrazione ottomana, fu oggetto di numerosi interventi: opere di canalizzazione delle acque, riforestazione artificiale e bonifiche agrarie. Nel 1928 fu fondato l’Istituto Sperimentale Agrario, insieme a una scuola agraria e a una sezione del credito agrario del Banco di Sicilia. Fu inoltre predisposto un nuovo catasto, sovrapposto al sistema ottomano di gestione delle terre che non prevedeva la proprietà privata ma solo la concessione dei terreni. Le norme sull’ordinamento fondiario introdotte dagli italiani, in particolare quelle riguardanti i terreni «incolti», considerati demaniali, servirono primariamente all’esproprio in favore di aziende italiane [Bracci, 2001] [Aloi, 2003, cap. 6] [Espinoza, 2022]. La gestione coloniale del territorio, incluso il rimboschimento, creò condizioni di fortissimo disagio per i contadini locali, ai quali furono progressivamente sottratti i mezzi di sussistenza attraverso divieti incrociati: per esempio allo stesso tempo negando i permessi di aratura e proibendo il pascolo alle capre [Espinoza, 2022, p. 40-41].
Oltre che essere parte delle politiche agricole coloniali, la missione bacologica anticipò di qualche anno la fondazione di diverse infrastrutture scientifiche nel Dodecanneso. Nel 1925, il governo coloniale affidò a Pigorini e all’entomologo Gennaro Teodoro con l’aiuto dell’agronomo e interprete Gian Maria Pais un’esplorazione che durò diversi mesi. L’anno successivo il governo Lago finanziò una ulteriore spedizione dell’isola per studiare caccia, pesca, apicoltura e malaria [Ballinger, 2024, p. 81]. Queste esplorazioni si aggiungevano alla prima indagine sistematica dell’ambiente Egeo condotta da Enrico Festa nel 1913 [Ballinger, 2024, p. 81, 89, n51]. Precedenti studi di botanica pubblicati da biologi che si trovavano a Rodi in quanto militari della marina avevano avuto carattere episodico. Nel 1933 si decise la creazione del Reale Istituto di Ricerca Biologica di Rodi cui parteciparono il Ministero dell’Agricoltura e il Centro Nazionale delle Ricerche, mentre il Reale Comitato Talassografico sovraintendeva diverse stazioni marine [Ballinger, 2024, p. 83]. Vennero istituiti inoltre il Laboratorio di Idrobiologia e l’Ispettorato Tecnico della Pesca. Gli italiani, come è stato osservato, proiettarono una notevole capacità infrastrutturale che fu parte integrante della più ampia politica assimilazionista e della gestione del patrimonio ittico [Ballinger, 2024, p. 74].
La missione bacologica (1925-1929)
I risultati dell’indagine compiuta da Pigorini e Teodoro nel 1925 confluirono in un articolo corredato da numerose fotografie, che costituiscono una ricca documentazione sul paesaggio naturale e antropico rodiota degli anni Venti. L’isola veniva presentata come un’eccellente zona di produzione serica per due motivi. Seppur in abbandono, la tradizione sericola era radicata a Rodi da secoli, e Pigorini considerava questa consuetudine un aspetto di fondamentale importanza [Pigorini, Teodoro, 1926, p. 310]. Reclutare manodopera già abituata a interagire con gli insetti favoriva la riuscita dell’impresa e riduceva i tempi necessari per impiantare allevamenti produttivi. La seconda ragione era la presenza di gelsi, che seppur non in numero e condizioni sufficienti, confermavano l’idoneità dell’ambiente e del clima alla sericoltura.
Qualsiasi produzione di seta non può che cominciare dall’impianto e dalle cure colturali dei gelsi, la cui foglia costituisce l’unico alimento dei bachi da seta. I gelsi bianchi (Morus alba), la specie più usata per la bachicoltura, crescevano rigogliosi a Rodi soprattutto nei centri abitati: alberi sani, non infragiliti dai forti venti. Il numero di alberi già presenti veniva stimato fra gli 8.000 e i 10.000 esemplari, un numero ridotto rispetto ai tempi della dominazione turca. Durante la guerra, infatti, numerosi gelsi erano stati abbattuti per ricavarne legname da costruzione. Quelli che restavano erano spesso malamente tenuti, perché abbandonata la sericultura venivano destinati ad altri usi. Accanto alla riforestazione il governo italiano varò leggi per la protezione dei gelsi [Bracci, 2001, p. 169-70].
Riallacciandosi alla letteratura che dimostra come gli interventi a protezione dell’ambiente naturale nelle colonie siano spesso andati a detrimento delle popolazioni locali, Filippo-Marco Espinoza ha interpretato in quest’ottica anche le politiche ambientali italiane nell’Egeo [Espinoza, 2022]. In effetti, alcuni osservatori già all’epoca erano ben coscienti che i provvedimenti avevano creato nuovi problemi. Per esempio, l’ispettore coloniale Domenico Saccardo (1872 – 1952), figlio del micologo Pier Andrea, informò Lago che, costretti dalle nuove leggi per la protezione dei boschi, molti indigeni usavano sfogliare frequentemente i gelsi per nutrire le capre. Togliere questa possibilità ai locali, però, appariva a Saccardo impraticabile: «La capra è ancora indispensabile alla classe dei veri bisognosi, e non sono pochi, e non si può toglierla di colpo, è doloroso il constatarlo, perché a troppe e troppe gravi ripercussioni si andrebbe incontro». L’unica soluzione, secondo Saccardo, sarebbe stata di piantare nuovi gelsi, assicurando ai contadini assistenza costante. «Perché il contadino prenda passione all’impianto [di gelsi] bisogna largamente incoraggiarlo. Adatti esperti ambulanti dovrebbero essergli sempre a contatto, parlando insegnando con pazienza e convincendo della bontà dei loro consigli: opera di altissimo valore sia dal punto di vista tecnico che politico». Bisognava inoltre regalare le piante «come si fa nelle colonie» [CPLG, b.33, 06/10/1927 Domenico Saccardo a Mario Lago].
Nei primi anni della missione, Lago curò di persona l’impianto di filari di gelso lungo le nuove strade appena costruite, mentre a Coscino la ditta Ercolini stabilì un vivaio con oltre 30.000 piante da seme [Tonon, 1931, p. 739]. Dal 1929 al 1932 vennero impiantati 15.000 gelsi e distribuite poco meno di 6.000 piante già innestate ai coltivatori [CPLG, b. 69, Minuta di relazione di Stanislao Lucheschi relativa agli anni 1929-1932]. Siccome la riforestazione faceva già parte del programma ambientale dell’amministrazione coloniale, la missione bacologica si inserì armonicamente in un piano già in attuazione, non necessariamente pensato per garantire la sussistenza dei locali.
Nel 1926 venne impiantata la missione bacologica di Rodi nella parte alta di Rodi sotto la direzione di Giuseppe Badile e poi Gennaro Teodoro, dipendente per il personale dalla stazione di Padova e sotto il controllo del direttore degli uffici agrari Francesco Dessy [Pigorini, Lucheschi, 1931, p. 741].
Le prime prove in luoghi differenti e con razze diverse (italiane, cinesi e giapponesi) iniziarono nello stesso anno e continuarono negli anni successivi. Gli allevamenti, che per via del clima anticipavano di un mese quelli italiani, diedero buone prove per la qualità dei bozzoli, mentre le prove per l’allevamento estivo e quello con i padiglioni esterni alla persiana (i tilimbar) diedero esito sfavorevole [Tonon, 1931, p. 737]. Si decise per la distribuzione gratuita di materiali vari: graticci, carta forata, seme-bachi e larvette. Due ragioni spingevano gli Italiani a donare il seme-bachi. La prima è che il seme non controllato al microscopio poteva portare infezioni rischiando di compromettere seriamente il raccolto. La seconda ragione era che per avere un filo omogeneo e adatto ai telai meccanici bisognava usare un’unica razza di bachi selezionata e non un miscuglio di razze diverse. Inoltre, siccome si voleva convincere gli allevatori ad adottare nuovi metodi, li si invitò a visitare allevamenti modello costruiti apposta.
Durante la prima indagine nel 1925, i contadini di Rodi si erano dimostrati un po’ reticenti a rispondere alle domande di Pigorini, almeno in alcuni casi. Per vincerne la resistenza Pigorini si avvalse dell’aiuto dei carabinieri che «avevano acquisito prestigio fra gli isolani», anche se non è chiaro in che modo questi agissero o se la loro sola presenza bastasse a intimidire i locali. La presenza dei carabinieri nell’Egeo è stata definita «soffocante», anche perché erano investiti di numerosi compiti [Doumanis, 2003, p. 66]. Nonostante i carabinieri, il tono dei primi incontri appare piuttosto disteso nella descrizione (certo non imparziale) di Pigorini:
Le interazioni descritte esprimono la distanza sociale fra intervistatori e intervistati, ma anche il riconoscimento di gesti e oggetti ben leggibili agli Italiani, come indicano il cassettone usato come contenitore dei beni di famiglia, e gli sguardi d’intesa fra i membri della famiglia.
In seguito, i tecnici inviati a sostenere gli allevatori avevano l’obiettivo di «razionalizzare» le tecniche di allevamento con interazioni ripetute che si svolgevano direttamente nelle dimore dei contadini. Gli allevamenti, infatti, si tenevano quasi sempre «nell’unica stanza che costituiva la casa nella quale i componenti della famiglia mangiano, dormono e lavorano» [Pigorini, Teodoro, 1926, p. 12]. Le descrizioni rimaste sottolineano le condizioni di povertà dei locali, la condivisione degli spazi fra umani, animali domestici e insetti, la grande intimità fra vicini, e una certa disposizione positiva allo scambio di informazioni e apertura all’acquisizione di nuove pratiche. Nel 1927, per esempio, un tecnico appena arrivato nelle isole, Ernani Salvarani, scrisse:
Dunque il bigattino riteneva la popolazione «indolente» — un topos molto diffuso sui Levantini. Allo stesso tempo scriveva: «Ho constatato […] che con un’assidua assistenza si riesce presso questa gente a migliorare sensibilmente il metodo d’allevamento» [CPLG, b. 69, Ernani Salvarani Relazione agosto 1933]. In definitiva però, le relazioni sulla missione relative agli anni 1927 e 1928 lasciano trasparire incertezza, e mancano i documenti relativi alla gestione di Teodoro [Tonon, 1931] [Pigorini, Lucheschi, 1931].
In una lettera personale di Amelia Tonon, assistente della stazione sperimentale di Padova, a Camillo Belli, direttore del Consorzio italiano seme-bachi, la Tonon affermava che gli inizi della missione erano stati lenti, solo dopo cinque anni si poté «considerare Rodi come un paese utilizzabile per lavori da riproduzione». La responsabilità veniva data ai due direttori che si erano succeduti, e al fatto che «la vita coloniale non si svolge con il ritmo di quella dei nostri paesi e le persone che vanno in colonia sono anch’esse più o meno prese dal tenore di quella vita» [CPLG, 69, 12/11/1932 Amelia Tonon a Camillo Belli]. Si trattava probabilmente di una spiegazione di comodo basata su un pregiudizio diffuso, volta a giustificare la gestione poco intraprendente dei primi anni.
La gestione Lucheschi
Nel 1929 vi fu un cambio di passo. La missione venne affidata a Stanislao Lucheschi (1902-1966) a cui furono affiancati una microscopista, Ada Micaglio e due tecnici, Mario Bernardi e Francesco Carniel [Pigorini, Lucheschi, 1931, p. 741] [Intervista a Edoardo Lucheschi, 9/1/2026; CPLG, b. 69]. I conti Lucheschi avevano uno stabilimento di seme-bachi a Colle Umberto vicino Verona. Stanislao Lucheschi, secondo Pigorini, ebbe il merito di attivare una missione che languiva e assicurarne la sopravvivenza. Partecipando «alle varie attività della vita di Rodi» Lucheschi seppe conquistarsi «aderenze» che permisero di dare continuità alla missione, altrimenti incerta, e instaurò anche un metodo efficace per convincere i contadini ad allevare i bachi, cioè anticipando il pagamento del raccolto. In più di un’occasione pur di far arrivare le foglie di gelso ai contadini Lucheschi sfrondò illegalmente dei gelsi, venendo anche multato [CPLG, b. 69, 25/10/1935 Lucheschi a Pigorini]. D’altra parte, in seguito a una visita a Rodi, Camillo Belli lamentò numerosi errori, una generale «trascurataggine» e parziale incompetenza nella gestione dei bozzoli [CPLG, b. 69, 9/11/1932 Camillo Belli a Amelia Tonon]. Inoltre, Lucheschi venne richiamato più volte a mantenere maggiore precisione nella rendicontazione, che risultava approssimativa [CPLG, 69, 1934].
Dalla corrispondenza Lucheschi emerge come persona propositiva e ottimista, capace di godere dalle prerogative della sua condizione e di trasmettere entusiasmo. Appena arrivato a Rodi usò una moto Guzzi per muoversi nelle isole e fare propaganda fra i contadini, e organizzò una battuta di caccia a capre e asini selvatici [Intervista a Edoardo Lucheschi, 9 gennaio 2026]. Nel 1930, di ritorno da Rodi dopo la fine della campagna, Lucheschi scrisse «ora io vado a farmi un bel viaggetto a Costantinopoli, Sofia, Budapest, Bucarest, Vienna e quindi Italia dove raggiungerò i miei a San Candido». Da San Candido, «magnifico centro di bellissime gole (grotte)», mandò un invito a tutta la famiglia Pigorini [CPLG, 69, 3/9/1930 Stanislao Lucheschi a Luciano Pigorini]. Verso la fine dell’anno informava che non avrebbe scritto la relazione richiesta dall’Associazione serica perché «ora sono molto affaccendato per trovarmi una fidanzata che non trovo!» [CPLG, b.57, 22/12/1930 Ente serico a Stanislao Lucheschi; 22/12/1930 Stanislao Lucheschi da Colle Umberto a Luciano Pigorini]. Parte del suo carattere era anche una certa liberalità, infatti egli anticipava di tasca propria le spese necessarie al funzionamento della missione pur di stabilire contatti proficui con i locali [CPLG, b. 57, 22/12/1930 Stanislao Lucheschi a Luciano Pigorini].
Inizialmente Lucheschi si impegnò nella propaganda «ossia cercare nei vari villaggi […] chi volesse fare gli allevamenti», «quasi pregando questa gente». Già nel luglio 1930, dopo la seconda campagna, sia il numero di allevatori coinvolti («vennero loro stessi a domandare e ad interessarsi»), sia il quantitativo di seme-bachi impiegato aumentarono molto, e tutta la foglia disponibile a Rodi Coo e Scarpanto venne utilizzata. La distribuzione iniziale delle uova avveniva anche con l’aiuto dei sindaci locali e di elenchi compilati con l’aiuto dei carabinieri. Nei villaggi dove l’anno precedente erano stati distribuiti dei graticci, l’anno successivo gli allevatori cominciarono a costruirli in autonomia e, in alcuni villaggi si creò una sorta di competizione per costruire allevamenti modello. Gran parte dell’entusiasmo derivò dall’opportunità economica e dalla capacità di Lucheschi di creare rapporti di fiducia con gli allevatori, tanto che Pigorini poté parlare di «risveglio con passione veramente sorprendente, in tutti i villaggi, per l’allevamento del baco da seta» [CPLG, 69, Relazione sulla campagna serica del 1930 (30 Luglio 1930)]. Anche molti anni dopo la guerra, gli impiegati dell’azienda di Lucheschi di Rodi continuarono a ricordarlo con affetto, nel giudizio del figlio Edoardo, perché Stanislao li aveva ‘affrancati’ da una vita di miseria [Intervista a Edoardo Lucheschi, 9 gennaio 2026].
Nelle altre isole le cose procedevano più a rilento: a Coo i contadini si «ostinavano» a voler filare il raccolto «con quelle loro esotiche filande», mentre a Scarpanto «bisogna[va] mandare nelle isole un bigattino pratico e non un praticone indigeno che a contatto con i loro connazionali non valgono a nulla [sic]» [CPLG b. 64, 10/6/1930 Stanislao Lucheschi a Luciano Pigorini]. Lucheschi si spinse fino a Patmos, la più settentrionale delle isole [Lucheschi, 2026]. Intanto la notizia della missione nell’Egeo cominciava a diffondersi e Pigorini rispondeva alla richiesta di un imprenditore, che aveva già stabilimenti nelle Marche e nel Vard (Francia), di rivolgersi a Lucheschi per confezionare seme a Rodi, informando contemporaneamente Lago [CPLG 64, 15/4/1930 Antonio Catenacci a Luciano Pigorini] [18/04/1930 Luciano Pigorini ad Antonio Catenacci].
Nel frattempo, però, la situazione internazionale volgeva al peggio. Alla vigilia del crollo di Wall Street - nell’ottobre del 1929 - il mercato mondiale della seta era al suo massimo storico, e il Giappone esportava più del 60% del prodotto. Con la crisi del 1929 la domanda di lusso della seta crollò e non si sarebbe mai più ripresa, a causa della Seconda guerra mondiale e dell’introduzione del nylon in sostituzione della fibra naturale. Visto che la campagna bacologica si svolge fra la primavera e l’inizio dell’estate, gli effetti della crisi sulla missione di Rodi si cominciarono a sentire solo nel 1931. Nel gennaio, Pigorini informava Lago che si erano prodotte 400 once di seme bachi oltre quello prodotto in casa e proponeva di impiantare uno stabilimento con i semai interessati e di aumentare il personale della missione inviando dei tecnici a Coo e Scarpanto [CPLG 69, 19/1/1931 Luciano Pigorini a Mario Lago]. La risposta del governatore Lago fu negativa. «Le confermo quanto le ho detto» scrisse Lago a Lucheschi: «Assurdo spingere la produzione di bozzoli a Rodi nelle condizioni disastrose di crisi attuale in tutto il mondo». Sarebbe stato meglio continuare gli studi sulla produzione di razze pregiate (il cosiddetto «giallo oro») e persuadere i semai italiani a produrre a Rodi invece che importare dalla Cina [CPLG 69, 23/5/1931 Mario Lago a Stanislao Lucheschi (copia)]. Nel 1930 il governo aveva speso oltre 100.000 lire ed era «chiaro che esperimenti tanto costosi debbono essere abbandonati». Il governo aveva dovuto acquistare i bozzoli un mese prima che si conoscesse il prezzo dei bozzoli italiani (la stagione a Rodi era anticipata di un mese rispetto all’Italia), con una notevole perdita. Non sarebbe stato più possibile regalare le attrezzature e comprare a prezzo fisso, «si comprerà a mercato», e i contadini «saranno meno contenti». Inoltre, Lago declinava la proposta di impiantare uno stabilimento per la produzione di seme-bachi [CPLG 69, 9/2/1931 Mario Lago a Luciano Pigorini]. Bisognava che gli imprenditori investissero personalmente. Pigorini scrisse al Presidente della Federazione fascista produttori seme-bachi ricordandogli i risultati ottenuti: per esempio si era constatato che nell’isola le razze cinesi conservavano l’originaria dimensione e ricchezza del bozzolo e non presentavano il fenomeno dell’ingrandimento lamentato in Italia. Chiedeva alla federazione di coinvolgere i semai interessati fissando un prezzo congruo in anticipo e di collaborare all’impianto di uno stabilimento [CPLG 69, 28/2/1931 Luciano Pigorini a Gian Luca Tondani].
Intanto la campagna del 1931 vide la crescita esponenziale delle famiglie di allevatori greci coinvolte, da 12 nel 1928 a circa 600 nel 1931. Non ci fu neanche bisogno di fare propaganda: nei villaggi più grandi i bacolini venivano consegnati ai sindaci per la distribuzione, mentre a Rodi gli allevatori si rifornivano da soli. I contadini furono avvertiti che il prezzo sarebbe cambiato per via della crisi economica ma questo non ne raffreddò l’entusiasmo. A Coo la domanda di uova e bacolini era altissima e la produzione era aumentata di dieci volte in due anni (da venti a duecento quintali di bozzolo) [CPLG, 69, Relazione sulla campagna serica del 1931]. Fra il 1929 e il 1931 i tecnici andarono più spesso a controllare gli allevamenti, permettendo di giungere a degli aggiustamenti reciproci: il sistema tradizionale era considerato «rozzo» dagli italiani, i contadini tenevano i bachi a contatto con la terra battuta ma si erano adattati a usare le carte forate. «Tutto ciò non è privo di significato nel concetto di adattabilità alle usanze locali e negli andamenti di stagione molto secca» chiosò Pigorini, dimostrando flessibilità rispetto a ciò che si poteva ottenere.
Si tentarono varie strade per risollevare le sorti dell’industria della seta e alleggerire l’impegno finanziario del governo coloniale. Lago chiese al Ministero dell’Agricoltura l’estensione alle isole italiane dell’Egeo dei provvedimenti a favore dei bachicoltori emessi nel 1930, cioè un premio ai coltivatori di una lira per kilogrammo di bozzolo prodotto, ma ricevette due volte un rifiuto [CPLG, b. 69, 8/7/1932 Stanislao Lucheschi a Luciano Pigorini; 23/06/1932 Stanislao Lucheschi a Luciano Pigorini; 11/08/1932 Ministero dell’Agricoltura a Pigorini]. Per coinvolgere gli imprenditori italiani e invogliarli a impiantare uno stabilimento di produzione seme-bachi a Rodi, nell’estate del 1932, Lago, Lucheschi e Pigorini organizzarono una «gita» esplorativa nell’isola con il sostegno del consorzio produttori seme-bachi. Gli inviti furono inviati per posta e pubblicati sul Bullettino dell’Agricoltura [Bullettino dell’Agricoltura, 26 Agosto 1931]. Tutte le 15 ditte non consorziate interpellate rifiutarono l’invito, mentre una ventina di imprenditori consorziati aderì all’iniziativa [CPLG 69, Invito gita a Rodi 1932; Corrispondenza con le imprese, estate 1932; 12/08/1932 Sbrojavacca a Pigorini]. La gita si tenne nel settembre 1932 ma non portò i risultati sperati: gli industriali aspettavano di vedere i risultati degli allevamenti su scala industriale (che si sarebbero tenuti l’anno successivo) e nessun privato industriale voleva assumersi impegni senza il concorso finanziario del governo. Il consorzio italiano produttori di seme-bachi si impegnava a procedere ma chiedeva al governo coloniale di predisporre un ufficio tecnico, acquistare una determinata quantità di seme e mantenere il finanziamento della missione (previsto in 50.000 lire) [CPLG, b. 69, 30/11/1932 Luciano Pigorini e Stanislao Lucheschi, Relazione]. Infine, il consorzio produttori di seme-bachi, Stanislao Lucheschi, la stazione di Padova e il governo di Rodi stipularono un contratto: Lucheschi avrebbe detenuto il monopolio della fornitura del seme-bachi per Rodi favorendo il consorzio [CPLG, b. 69, 2/03/1932 Giacomo Lucheschi a Luciano Pigorini].
Mentre gli operatori del settore vedevano la crisi della seta come temporanea, le risposte del governatore Lago si fecero sempre meno incoraggianti. In risposta alla confortante relazione del 1932, Lago ripeté che l’amministrazione aveva già fatto «non lievi sacrifici finanziari» e si impegnava a mantenere la missione per il 1933 con locali e attrezzatura, accordando il contributo di 50.000 lire per la stazione sperimentale, ma non intendeva finanziare alcuna attività commerciale e si riservava di esaminare il risultato della successiva campagna prima di proseguire [CPLG, b. 69, 22/12/1932 Mario Lago a Luciano Pigorini]. Nel 1934 il governo delle isole italiane dell’Egeo continuò a finanziare la missione bacologica con 24.000 lire che nel 1935 tornarono a 50.000 lire [CPLG, b. 69, 30/6/1934 Direttore affari amministrativi a Luciano Pigorini].
Il crollo del prezzo prima e della domanda di seta poi, insieme allo scarso interesse dimostrato dalle aziende italiane fin dall’inizio, segnarono i confini della crescita della produzione di seta e seme a Rodi. La corrispondenza fra Pigorini e Lucheschi si interruppe nel 1935. L’attività sperimentale della stazione di Padova procedette in altre colonie italiane, seppur più limitatamente rispetto all’esperienza greca. Si fecero esperimenti in Libia nel 1939-1940 nella colonia agricola-azienda carceraria di Rahaba, Bengasi e nella zona di Barce, appoggiandosi ai centri agrari sperimentali creati nel 1938 dal Ministero dell’Agricoltura [CPLG, b. 151, Bachicoltura in colonia, “Cirenaica”]. Altri esperimenti furono avviati nel 1937 nella zona di Gondar Azazo, in Etiopia, piantando gelsi, e un tentativo fu fatto anche in Somalia [CPLG, b. 151, Bachicoltura in colonia, “Tonazzi”, Somalia”].
L’attività di Stanislao Lucheschi - che, nel frattempo, si sposò ed ebbe dei figli - invece andò avanti attraverso aziende chiamate Rodiseta e Sandurlì, progettando di importare i bozzoli dall’Anatolia. Nel 1940 impiantò una filanda il cui edificio negli anni Settanta portava ancora il nome «Co Stanislao Lucheschi», e oggi è stato trasformato in un ristorante [CPLG, b. 151, 05/3/1940 Stanislao Lucheschi a Luciano Pigorini]. Con la Seconda guerra mondiale la vita a Rodi per gli Italiani si fece «insostenibile», il governo greco impose a Lucheschi la vendita forzata dei suoi beni entro 24 ore, e Stanislao rientrò in Italia avendo perso tutto [Lucheschi, 2026]. Un’azienda dal nome Rodiseta risulta attiva a Rodi nel 1940 e successivamente dal 1946 al 1981.
Conclusione
Torniamo alle domande da cui siamo partiti, cioè di verificare in che misura vi fu un intreccio fra gelsibachicoltura, colonialismo e fascismo. Nel caso della missione bacologica di Rodi l’iniziativa nacque dalla convergenza di progetti diversi: il tentativo di rilanciare la seta italiana mediante nuove stazioni sperimentali e il progetto coloniale fascista di creare infrastrutture economiche, territoriali e scientifiche nell’Egeo. Questo incontro avvenne attraverso attori allineati all’ideologia fascista, che ne utilizzavano il linguaggio e ne condividevano gli obiettivi. Luciano Pigorini, per esempio, nell’invitare gli industriali italiani a sperimentare nell’Egeo fece riferimento alla precedente presenza veneziana nell’arcipelago — la ‘mediterraneità’ di cui ha parlato anche Valerie McGuire — e scrisse della necessità «d’un capo» per il settore della seta, applicando alla sericoltura una visione politica [McGuire, 2020]. Mario Lago perseguì il progetto di assimilazione e colonizzazione delle isole dell’Egeo con cautela ma grande energia, sia attraverso la creazione di servizi pubblici sia con le politiche culturali. Nello spazio coloniale architettato da Lago, la missione bacologica appare come una tessera ben integrata dell’«impero infrastrutturale» italiano. In questo senso la gelsibachicoltura a Rodi fece parte del progetto fascista: la stazione bacologica di Rodi contribuì alla trasformazione del paesaggio, alla diffusione di nuove pratiche di allevamento «razionali» e alla costruzione di consenso.
Allo stesso tempo, possiamo chiederci in che modo un progetto coloniale non-fascista di rilancio dell’industria della seta avrebbe potuto essere diverso nel suo sviluppo pratico da quello effettivamente attuato. In questa prospettiva non possiamo ignorare che il progetto coloniale fascista presentò importanti elementi di continuità con la storia italiana. La stazione di Padova introdusse la gelsibachicoltura nelle isole egee senza sostanziali differenze da come veniva praticata e intesa in Italia sin dalla fine dell’Ottocento, cioè con una forte spinta alla razionalizzazione delle pratiche e all’educazione degli allevatori. La gelsibachicoltura venne accolta volontariamente dalla popolazione locale nella misura in cui questa riuscì a vederne un ritorno economico. I tecnici italiani fecero leva sulla tradizionale familiarità con i bachi, stabilirono rapporti cordiali, tentarono di rimodellare abitudini e ritmi di lavoro usando la persuasione e l’esempio. La missione bacologica non fu solo un esperimento tecnico-scientifico coloniale e il tentativo di avviare un’impresa economica, ma fu anche un intervento sociale, richiedendo una frequentazione assidua fra tecnici e coltivatori, e il passaggio di informazioni e pratiche. Il sostanziale fallimento economico dell’impresa, se si eccettua lo stabilimento Lucheschi che ebbe vita breve per via della guerra, dipese da fattori non direttamente collegati al fascismo. Da un lato, la debolezza dell’industria serica e la mancanza di un sostegno continuativo al settore, frammentato e incapace di riorganizzarsi, rappresentano criticità già emerse durante i precedenti governi liberali [Federico, 1995]. Dall’altro le dinamiche globali della crisi del 1929 troncarono la possibilità di un inserimento stabile di Rodi nel mercato internazionale della seta, in questo ricordando l’esperienza parallela del cotone in Etiopia [Labanca, 2002, p. 269].
La promessa fascista di innovare, espandere e modernizzare conquistò molti scienziati, ma rimase una promessa. Come altri suoi colleghi Pigorini cercò di incontrare il favore del regime, ne sposò il linguaggio e gli obiettivi, ma ciò non fu sufficiente. In questo senso l’esperienza della gelsibachicoltura mostra punti in comune con quella della meteorologia [Caglioti, 2021, p. 184-186]. Il caso della gelsibachicoltura a Rodi rivela il carattere selettivo e diseguale dello sviluppo scientifico nel fascismo, capace di produrre trasformazioni materiali e culturali sia durature (come, per esempio, il caso del CNR) sia effimere, e i cui più vasti obiettivi di modernizzazione si scontrarono contro fragili basi economiche, e, soprattutto, contro relazioni di potere che lo precedevano e che gli sarebbero sopravvissute. Il regime non si rivelò in grado di perseguire i suoi stessi obiettivi e in molti campi la spinta modernizzatrice si accasciò di fronte a gruppi di interesse, gerarchi e ministeri attaccati ai propri interessi consolidati. La ricerca bacologica non fu assorbita in una strategia nazionale coerente, né divenne un pilastro dell’autarchia: la delusione di Pigorini fu profonda. L’esperienza della missione bacologica di Rodi, con il suo incontro fra scienza, impero e fascismo, invita dunque ad approfondire la varietà delle pratiche scientifiche nel ventennio e ad analizzare il colonialismo italiano anche attraverso luoghi marginali, tecnoscienze periferiche e progetti falliti, per comprendere la costruzione quotidiana dell’impero e i suoi limiti strutturali tanto quanto i limiti del fascismo stesso.
Nel 1945, Luciano Pigorini scrisse una lettera a Stanislao Ceschi, commissario provinciale della Democrazia Cristiana, con una proposta. Per facilitare il mantenimento dei possedimenti italiani nel mar Egeo, Pigorini suggeriva di favorire una partnership fra investitori americani, con cui era già in contatto, e imprenditori italiani della seta «per mettere a valore» l’isola, partendo dal lavoro fatto dalla missione bacologica italiana a Rodi. Ceschi avrebbe potuto sottoporre il piano ad Alcide De Gasperi, allora ministro degli Affari Esteri. In questo modo, secondo Pigorini, si sarebbe creata «una base» per facilitare l’appoggio americano quando l’Italia avesse chiesto la restituzione del Dodecaneso, perso nella guerra appena terminata [CPLG, b. 151, 28/08/1945 Luciano Pigorini a Stanislao Ceschi]. Nei giorni successivi Pigorini scrisse ad alcuni imprenditori e personalità del mondo della seta italiana per assicurarsi il loro sostegno all’iniziativa. L’imprenditore veneto Domenico Marson si disse favorevole al progetto e affermò che quelli erano giorni in cui c’era tanto lavoro da fare. Egli stesso si sarebbe recato a Milano proprio «per affrontare i problemi che crescono col nuovo clima». E aggiunse: «la Democrazia Cristiana si dice contraria al divorzio, ma temo che proprio la Democrazia mi porterà alla separazione perché la politica e il resto mi tolgono totalmente dalla famiglia, con continue proteste di mia moglie!!!» [CPLG, b. 151, 29/08/1945 Marson a Luciano Pigorini]. Due anni dopo, nel 1947, Rodi e il Dodecaneso passarono alla Grecia e il Trattato di Parigi sancì la perdita di tutti i possedimenti coloniali italiani. L’improbabile proposta di Pigorini per mantenere i possedimenti nell’Egeo fa forse sorridere, ma denota la rilevanza dell’investimento scientifico, materiale ed emotivo fatto a Rodi da italiani come Luciano Pigorini e Stanislao Lucheschi.