N.2 2023 - Scientia | Dicembre 2023

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Patrimoni. Perché una rubrica sul patrimonio storico-scientifico?

Alessandra Passariello

Stazione Zoologica Anton Dohrn, Napoli alessandra.passariello@szn.it

Luca Tonetti

Università degli Studi di Padova luca.tonetti@unipd.it

Paola Zocchi

Università degli Studi di Milano-Bicocca Paola.zocchi@unimib.it

Abstract

DOI:

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Il percorso che ha portato al riconoscimento di musei, archivi e collezioni scientifiche come beni culturali, meritevoli di tutela, conservazione e valorizzazione, è stato tutt’altro che scontato e, soprattutto in Italia, solo in parte compiuto. È infatti inevitabile, anche solo restando all’immaginario comune, il confronto con i beni di tipo archeologico e storico-artistico. E questo confronto ci sembra ancora più difficile, se misurato proprio con la realtà del nostro Paese, con l’offerta museale e con la ricchezza di siti di interesse storico-artistico che il territorio italiano offre quotidianamente al largo pubblico e nei quali la storia della scienza e della tecnica sembra essere marginale, quando non del tutto assente.

Ma il problema è innanzitutto di definizione: cos’è infatti il ‘patrimonio scientifico’ (o scientific heritage) e come si colloca in tutto quel panorama di studi sul patrimonio e sulle collezioni che, in tempo di material turn, sempre più investono anche la storiografia delle scienze e delle tecniche? La difficoltà di trovare una definizione condivisa e sufficientemente ampia da riflettere la natura complessa e stratificata del bene di natura scientifica non ha solo frammentato nel tempo la ricerca storica e gli interventi possibili in materia di conservazione e valorizzazione, ma ha anche sensibilmente influenzato il modo stesso in cui l’opinione pubblica ha percepito e guarda oggi al patrimonio scientifico. Perché tutelare un bene scientifico? Perché la responsabilità della sua conservazione spetta a ognuno di noi? In che modo la conservazione, lo studio e la comunicazione del patrimonio materiale e immateriale scientifico possono oggi contribuire a costruire la memoria storica e le identità delle singole comunità, a garantire la coesione sociale, a valorizzare e rispettare le diversità culturali, finanche a promuovere il dialogo, al pari di qualsiasi altro bene culturale?

A complicare il quadro non è solo l’evoluzione del concetto stesso di patrimonio culturale ma anche la natura dinamica del sapere scientifico, delle ‘scienze’ (rigorosamente al plurale) coinvolte nel processo di creazione e produzione materiale, perché se tanti sono i domini della scienza, tanti sono (stati) anche i modi di farla. Oggetti, strumenti, spazi che un tempo erano ritenuti ‘scientifici’ oggi potrebbero non esserlo più; oggetti, strumenti, spazi che un tempo appartenevano a una singola disciplina oggi potrebbero essere mutuati in un’altra e vedere pertanto modificati usi e significati. Sono tutti beni ‘scientifici’? Hanno rilevanza storica? Ha senso conservarli, ricostruire la loro vita, valorizzarli? Il bene scientifico si differenzia poi da quello industriale, così come da quello tecnologico e naturalistico: patrimoni tutt’altro che ‘statici’ che rispecchiano le diversità delle scienze (e delle tecniche) e delle comunità che li hanno prodotti e sottintendono perciò pratiche e saperi in continua evoluzione.

Una definizione che prova a tener conto di questa complessità, in dialogo con la riflessione contemporanea sullo sviluppo in senso estensivo del concetto di patrimonio culturale, è quella fornita da Marta C. Lourenço e Lydia Wilson:

Il patrimonio scientifico (scientific heritage) è l’eredità collettiva condivisa (shared collective legacy) della comunità scientifica, in altre parole ciò che la comunità scientifica nel suo complesso percepisce come rappresentativo della sua identità, e che merita di essere trasmesso alla generazione futura di scienziati e anche alla collettività. Comprende cosa sappiamo sulla vita, sulla natura e sull’universo, ma anche il modo in cui lo possiamo conoscere. I suoi mezzi sono sia materiali che immateriali. Racchiude manufatti e campioni, ma anche laboratori, osservatori, paesaggi, giardini, collezioni, savoir faires, pratiche ed etica della ricerca e dell’insegnamento, nonché documenti e libri.

Questa definizione, benché non l’unica possibile, ci permette di riflettere sulle sfide che la natura complessa e stratificata del patrimonio scientifico lancia alla comunità di conservatori e storici e all’intera collettività, quindi alle strategie che ciascuno di noi può mettere in campo per promuoverne la tutela e la valorizzazione, prime fra tutte quelle attività di censimento e di catalogazione, e poi di ricerca, indispensabili per qualsiasi intervento conservativo. La conoscenza è infatti la prima misura per sottrarre questi patrimoni all’oblio e all’incuria del tempo.

Il dibattito su questi temi ha visto in Italia in prima linea Andrea Corsini (1875-1961) con la fondazione, nel 1923, del Gruppo per la tutela del patrimonio scientifico nazionale, cui aderirono il fisico Antonio Garbasso, il direttore delle Regie Gallerie fiorentine Giovanni Poggi, i botanici Gino Bargagli Petrucci e Lino Vaccari, l’antropologo Aldobrandino Mochi, il geologo Giuseppe Stefanini, il naturalista Vincenzo Baldasseroni e il marchese Piero Bagnesi Bellincini. La questione era molto cara a Corsini, che pochi mesi prima, nell’ottobre del 1922, durante i lavori del Congresso nazionale di Storia delle scienze mediche e naturali tenutosi a Bologna, aveva presentato una comunicazione dal titolo inequivocabile: Urgenza di assicurare il patrimonio storico-scientifico italiano e sui mezzi di provvedersi. E di una vera e propria urgenza si trattava: l’obiettivo del Gruppo era infatti quello di promuovere tutta una serie di azioni mirate alla tutela dei cimeli e delle collezioni scientifiche, alla compilazione di cataloghi e inventari, al restauro di manoscritti, libri e strumenti, ad attività di divulgazione storico-scientifica, a iniziative per rendere tali collezioni facilmente accessibili al pubblico. Dietro le motivazioni dei promotori del Gruppo c’era la sostanziale equiparazione del bene storico-scientifico a quello artistico:

È ben naturale che un antico astrolabio, un mappamondo cinquecentesco, uno strumento o un oggetto appartenenti all’Accademia del Cimento, un libro od un manoscritto di un grande scienziato, oppure, in altro campo, un minerale estratto da cave ora esaurite, un esemplare di una pianta o di un animale che servì a determinare per la prima volta la specie o che rappresenta specie scomparse, non possano né debbano esser considerati di un valore inferiore a quello che comunemente si attribuisce alle produzioni dei nostri grandi artisti.

Studiare provvedimenti per la tutela e la buona conservazione delle ricchezze storico-scientifiche avrebbe perciò recato «grande vantaggio morale e materiale al paese».

A distanza di un anno, dalle pagine di Archivio di storia della scienza, la celebre rivista assunta a organo del Gruppo, Corsini così denunciava lo stato di rischio in cui versava il patrimonio scientifico italiano:

Chiunque ha occasione di fare ricerche in raccolte scientifiche e bibliografiche, specialmente nei centri meno importanti, ha infatti occasione di notare come gran parte di questo materiale che giace in disordine, trascurato e non sorvegliato da alcuno, dia l’impressione di esser destinato ad andare in malora e disperso. Sono raccolte e muse che deperiscono per deficienza di mezzi e, ancor peggio, di amore per parte di chi dovrebbe occuparsene; sono manoscritti e libri che, lasciati in locali umidi ed incustoditi, marciscono o sono rosicchiati dai topi, quando pure, poiché non catalogati, non finiscono per insipienza al macero, o per ingordigia non emigrano, attraverso qualche speculatore, in altri paesi.

Ne parlava proprio nei termini di una «ricchezza nazionale», fatta di oggetti, strumenti, cimeli, campioni anatomo-patologici irripetibili, ma anche di archivi, manoscritti e collezioni librarie minacciate dall’incuria e dalla dispersione, «che si va sperperando senza che nessuno se ne curi e se ne accorga», senza un personale qualificato. Il progresso della ricerca scientifica «non implica di dover trascurare e far ridurre in ciarpame ciò che ha servito al progresso scientifico e che forma la storia della scienza». Nella stessa relazione Corsini suggeriva non solo di adottare ispettori preposti alla tutela dei beni scientifici, così come erano già previsti per i beni artistici, ma anche di aprire le collezioni, specie quelle universitarie, al largo pubblico, in virtù del loro potenziale educativo e formativo.

Il processo di riconoscimento, a livello legislativo, del patrimonio tecnico-scientifico come bene culturale, auspicato allora da Corsini, è stato molto lungo e complesso. Invertire queste dinamiche, sul duplice piano istituzionale e socio-culturale, educare quindi la cittadinanza al valore storico e culturale del patrimonio scientifico rappresentano ancora oggi, pur in un quadro normativo sostanzialmente mutato e più sensibile al bene di natura scientifica, una delle principali sfide per la nostra comunità di storiche e storici della scienza, non solo italiana, e una delle priorità assolute della Società Italiana di Storia della scienza. La nascita di uno specifico gruppo di lavoro “Patrimonio museale, archivistico e librario” ha infatti lo scopo di sviluppare e supportare iniziative volte alla ricerca e alla valorizzazione del patrimonio italiano materiale e immateriale, librario, archivistico, museale e paesaggistico direttamente o indirettamente riconducibile alla storia delle scienze e delle tecniche. In linea con tali obiettivi si colloca anche la mission di questa rubrica.

La rubrica Patrimoni nasce infatti per incentivare la condivisione e lo studio del patrimonio tecnico-scientifico, con uno sguardo particolare (ma non solo) al contesto italiano. Il nostro obiettivo forse più ambizioso è contribuire al dibattito sulla patrimonializzazione del bene storico-scientifico e alla costruzione, anche nell’ottica delle iniziative di terza missione, di una coscienza e di una consapevolezza civica per la tutela del patrimonio storico-scientifico e tecnico. Patrimoni vuole anche essere un megafono per luoghi, come archivi e biblioteche di area scientifica, che custodiscono un patrimonio eterogeneo e invisibile ai più, poiché difficilmente musealizzabile: manoscritti inediti, fondi librari antichi, quaderni di laboratorio, minute di eventi scientifici istituzionali, raccolte fotografiche di scienziati e della loro attività sul campo, in laboratorio o in altri contesti di produzione del sapere. Al contempo, vuole anche fornire uno spazio per tutte quelle iniziative collettive volte a far emergere il ‘sommerso’, raccogliendo segnalazioni di quanto è ancora oggi non accessibile e a rischio di dispersione. Infine, questa rubrica intende approfondire anche il ruolo che le nuove tecnologie possono oggi apportare allo studio e alla fruizione del patrimonio scientifico: un’attenzione particolare è rivolta ai progetti (nazionali e internazionali) di digitalizzazione massiva che sempre più coinvolgono le collezioni e le istituzioni scientifiche e che ci costringono anche a ripensare pubblici, spazi e strategie di conservazione.

La rubrica ha dunque come focus principale il patrimonio storico-scientifico nella sua più ampia accezione MAB (Musei Archivi Biblioteche). L’intento è quello di mettere a disposizione dei soci della SISS e di tutte le storiche e gli storici della scienza, uno strumento per la disseminazione di fonti e materiali utili per la loro ricerca. Nella rubrica verranno quindi accolte trascrizioni integrali di documenti inediti, con commento e apparato critico; descrizioni di fondi archivistici e librari, o di singole serie; percorsi tematici attraverso le fonti archivistiche e librarie; schede di oggetti, strumenti o collezioni museali; saggi di carattere più generale sui problemi, i metodi e le strategie di catalogazione e valorizzazione del patrimonio storico-scientifico, in particolare italiano, con un focus sulle sfide aperte dalle nuove frontiere del digitale e dalle pratiche di digitalizzazione, nonché sulle loro ricadute museologiche. Sarà possibile inoltre segnalare nuovi progetti o nuove acquisizioni di musei, archivi e biblioteche, sul territorio nazionale e non, utili alla ricerca storico-scientifica.

La rubrica si rivolge perciò a tutti i professionisti impegnati nella tutela, conservazione, gestione e valorizzazione dei beni culturali di natura tecnico-scientifica e di interesse storico: conservatori, restauratori, archivisti, bibliotecari, storici della scienza e della tecnica ma anche la comunità scientifica interessata alla storia materiale e visuale della scienza: riteniamo infatti che la tutela e la valorizzazione dei beni culturali tecnico-scientifici debbano poter mobilitare competenze interdisciplinari e trasversali.